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TAURIANOVA (RC), MARTEDì 06 DICEMBRE 2022

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Elogio all’indigenza culturale Riflessioni del giurista blogger Giovanni Cardona sullo stato dell’arte culturale

Elogio all’indigenza culturale Riflessioni del giurista blogger Giovanni Cardona sullo stato dell’arte culturale
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E‘ un dato di fatto, su cui sociologi e psicologi potranno esprimere un giudizio di valore che sfugge alla mia competenza, che i bambini, dalla nascita ai dieci anni, vivono in un mondo fantastico, del tutto irreale. A casa devono mangiare, star buoni e dormire perché altrimenti arriva l’orco o la strega, mentre la consegna dei premi avviene su ordine delle fate, dei maghi, di babbo natale e della befana; i fanciulli, dai cartoni animati della televisione, apprendono che i cigni parlano, che gli elefanti fumano, che i topi guidano i cabriolet e via dicendo; e intanto, dai sei anni in poi, la maestra, per inculcare una sana educazione morale, ricorre ad esempi i cui epigoni sono Cenerentola, Cappuccetto rosso, la Bella Addormentata nel bosco, Pinocchio e via discorrendo.
Dalle elementari si passa alle medie: dovrebbe essere questo il momento per cominciare a spiegare ai ragazzi che la vita è una strada in salita e che è bene abbassare lo sguardo per evitare i sassi e le cadute rovinose.
Nemmeno per idea.
Si prosegue ai licei, dove le lezioni di greco sono infarcite dai fatti di Giove che, per accoppiarsi con la bella del giorno, si trasforma in cigno o in pioggia; di centauri, titani, polifemi, tritoni, sirene, icari, bellerofonti; poi vengono Giunone, Bacco, Ercole, Diana, Efesto, Narciso; questa è, però, solo la introduzione per arrivare al teatro: quello tragico, in cui tutto è risolto dal deus ex machina, quello comico, in cui già i titoli – le Rane, gli Uccelli, le Nuvole, Pluto, le Donne a parlamento – fanno capire che non la fantasia, ma la fantasticheria ha mosso la penna dei vari Aristofane.
Il professore di latino, dal canto suo, non scherza: partito da Livio Andronico e Nevio, si immerge nella poesia di Lucrezio, con Venere “hominum divumque voluptas” e di Catullo, quello, per intenderci, delle chiome di Berenice, per proseguire persino con l’Orazio delle Satire muovendosi in un clima in cui il surreale prevale sull’immanente.
Arriva l’ora dell’italiano; siamo alla più grande favola che uomo abbia mai concepito: un essere vivente, in giro con un morto che parla, per l’inferno e il purgatorio, prima di raggiungere il paradiso.
Subito dopo ci sono l’Orlando furioso, la Secchia rapita, il Redi, le Maccaronee del Folengo, il Giorno, i Paralipomeni, i Sepolcri, le Grazie e finalmente Marinetti e Pirandello.
A costoro si aggiunge l’insegnante di religione dal quale apprendere la storia del Mar Rosso che si aprì ai figli di Davide, passando per le nozze di Cana, per toccare l’Apocalisse, significa, a mio giudizio, attentare alla integrità psichica degli studenti.
L‘insegnante della lingua straniera non si tira indietro: si tratti dell’Amleto, del Faust, del Gargantua o del Don Chisciotte, la scelta cade inevitabilmente su un testo all’insegna dell’inverosimile. I docenti più avanzati hanno dalla loro Kafka, Maupassant, morto pazzo come tutti sanno, Poe e cento altri nomi illustri, le cui opere incrementano l’edilizia psichiatrica.
Questi ragazzi, intanto, con i fumetti, al cinema, davanti alla televisione, si istruiscono con antologie di E.T., Sterminator, Uomo Ragno, Mandrake , UFO, Superman e simili allucinazioni.
Si arriva così all’università, senza che un maestro di vita abbia insegnato ai giovani a cercare, almeno dove esiste, la morale che si cela dietro l’allegoria, e quindi l’insegnamento che si ricava dall’episodio apparentemente assurdo.
Questo compito ovviamente non è degli autori di fumetti, dei registi, della televisione; è difficile che possa essere dei genitori, perché i figli, a 18 anni, si considerano l’edizione riveduta e corretta di Napoleone e sono normalmente infastiditi dalla presenza genitoriale.
Di professori, che siano assieme maestri di sapere e di vita, se ne incontra uno ogni diecimila, sicché il fallimento della scuola è totale.
Non credo che siano molti i giovani, che sappiano vedere il sarcasmo del Carducci nei confronti dei romantici.
Con l’università, il ritmo non solo non cambia, ma degenera. E‘ arrivato il momento della febbre del sabato sera, del psichedelico e dello spinello. Qualche raffinato scopre l’opera lirica, cioè i miti di Wagner, il Don Giovanni, il Faust, l’Otello, il Flauto magico, il Vascello fantasma, la Cenerentola, il Guglielmo Tell, il Mefistofele, la Sonnambula, l‘Elisir d’amore, la Loreley, la Scala di seta.
I più sensibili conoscono la musica sinfonica che, oggi, negli auditori, si esprime con i tardo romantici, gli impressionisti e i dodecafonici: un guazzabuglio capace di produrre quello che i medici chiamano “grande traumatismo”.
Arrivati alla laurea dopo quasi vent‘anni di insegnamenti che sarebbe troppo generoso chiamare diseducativi, questi addottorati entrano nella vita, ed ispirati dall’oracolo di Delfi, ipotizzando le convergenze parallele o la sfiducia costruttiva, cioè due casi tipici di contraddizione in termini, annaspano nell’irreale mondo occupazionale gestito da maghi e fattucchiere.
L’uomo colto non è colui che sa quando è nato Napoleone, ma quello che sa dove andare a cercare l’informazione nell’unico momento della sua vita in cui gli serve, e in due minuti. (Umberto Eco, intervista di Stefano Bartezzaghi, su la Repubblica, 2003)