Gioia Tauro, Aldo Alessio, “Miss balle spaziali alias La Capasanta: cronaca di un governo all’insegna dell’arroganza”

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L TEATRO DELL’ASSURDO

Cronache di Resistenza Politica e Verità Documentate

Pagina di satira e critica politica

a cura di Aldo Alessio (Ulisse) — Comunicato N°24 — 30 marzo 2026

MISS BALLE SPAZIALI

alias La Capasanta: cronaca di un governo all’insegna dell’arroganza

I. L’AVVOCATURA AFFONDATA: I SOLDI DEI CITTADINI IN FUMO

Una vecchia nota stampa del 5 gennaio scorso, riportata dalla Gazzetta del Sud con un articolo a firma di Alfonso Naso dal titolo emblematico «Soppressione dell’Avvocatura — Disfatta del Comune di Gioia», torna prepotentemente di attualità. Il documento, che alleghiamo per comodità del lettore, sancisce una sconfitta legale dell’Ente locale di proporzioni ragguardevoli.

La protagonista della vicenda — ribattezzata per l’occasione «Miss Balle Spaziali» alias la capasanta — non ha ritenuto opportuno pubblicare alcun video esplicativo sulle sorti di questa débâcle giuridica. Nessuna parola ai contribuenti gioiesi, che si troveranno a pagare il conto salato di una duplice incapacità: quella di gestire l’Avvocatura comunale e quella di perdere le cause nei tribunali.

Ciononostante, la capasanta — o chi per lei — continua imperterrita a ripetere il suo mantra: «L’avvocatura del Comune non sa da fare». Peccato che a non saper fare siano, evidentemente, anche coloro che l’hanno soppressa. Nelle prossime settimane — o nei prossimi mesi, poiché la notizia è accuratamente tenuta segregata nelle stanze del Municipio — il Consiglio di Stato si pronuncerà. E allora, come si suol dire, si vedrà di che pasta sono fatti i paladini dell’efficienza amministrativa.

«Chi non sa governare, almeno impari a tacere davanti ai propri fallimenti.»

II. L’ARROGANZA INCONTRA LA CLASSE: UNA LEZIONE DI STILE

Di recente ha circolato un video in cui la nostra protagonista — a dir poco «assatanata» e con toni da «chi voleva erba per cento cavalli» — si scaglia con aggressività inusuale, volgarità mal celata e menzogne di bassa lega contro un consigliere comunale di minoranza, nel disperato tentativo di intimidirlo davanti alla cittadinanza.

Il consigliere ha risposto con una replica che è diventata, suo malgrado, un piccolo capolavoro di stile istituzionale. Con garbo, pacatezza e raffinata competenza linguistica, ha smontato pezzo per pezzo le accuse, senza alzare la voce e senza abbandonarsi a toni aggressivi. Si è permesso persino di correggere un errore grammaticale della sua interlocutrice:

«Vilipeso è il participio passato del verbo vilipendere, e non ha nulla a che vedere con il reato di vilipendio. Potrei anche querelarla, qualora lo decidessi, e ne avrei tutti i motivi. Ma non lo farò: non voglio sentirmi accomunato a lei.»

Il grande Totò sentenziava: «Signori si nasce.» Un’osservazione che, in questo caso, vale tanto come epitaffio quanto come ammonimento. Si consiglia alla diretta interessata di apprendere le regole elementari del bon ton istituzionale prima di starnazzare — ogni santo giorno — dentro e fuori da un palazzo che le è concesso solo in prestito temporaneo. E, visto che si è permessa di deridere un anziano sordo, la si invita caldamente a ricordare che anche lei, un giorno, potrebbe incontrare le fragilità dell’età.

III. LICENZIAMENTI «AD NUTUM»: IL DESPOTISMO IN SALSA MUNICIPALE

«Ad nutum»: nell’antica Roma, il padrone poteva licenziare un servo con un semplice cenno del capo, senza obbligo di motivazione, senza diritti, senza appello. Un istituto giuridico che si credeva sepolto dai secoli. Evidentemente, a Gioia Tauro è sopravvissuto sotto mentite spoglie.

La capasanta ha infatti avanzato la pretesa di far decadere tre consiglieri comunali, con la convinzione — peraltro mal riposta — che «la capa» sia, appunto, lei e soltanto lei. Il problema è che, nel farlo, si è appropriata di poteri che non le appartengono: quello del Presidente del Consiglio comunale, unico soggetto legittimato ad attivare la procedura di decadenza, e quello del Consiglio medesimo, ridotto a un organo di ratifica silente, pena la gogna mediatica o l’espulsione dalla maggioranza.

Una maggioranza, sia detto per inciso, che — di questo passo — rischia seriamente di trasformarsi in minoranza. Sarà interessante osservare come si evolverà la vicenda. La storia insegna che i castelli di carte resistono poco alle correnti della realtà.

IV. L’AGGRESSIVITÀ COME STILE DI GOVERNO

Che si tratti di un cittadino libero che avanza una domanda legittima, o di un consigliere comunale che esercita il suo mandato democratico, la risposta è sempre la stessa: un’aggressività inusuale, inedita, ingiustificabile e — dobbiamo dirlo chiaramente — mai registrata prima nella storia politica gioiese.

Non si tratta di sfogo occasionale, né di eccesso estemporaneo: è un metodo. Un sistema deliberato di intimidazione che trasforma ogni richiesta di trasparenza in una provocazione da reprimere, ogni domanda in un atto ostile da neutralizzare. La democrazia locale non ha bisogno di toni urlati, bensì di risposte chiare. Il silenzio arrogante non è governo: è abdicazione.

V. IL MISTERO DEI PROIETTILI: OMERTÀ ISTITUZIONALE?

La notizia è giunta a scoppio ritardato, come si addice alle bombe inesplose: al Sindaco di Gioia Tauro sarebbero stati recapitati dei proiettili. Una circostanza gravissima, che in qualunque altra città democratica avrebbe imposto una risposta immediata e trasparente.

Ci permettiamo invece di porre alcune domande elementari, che attendono ancora risposta:

▸ È stata presentata regolare denuncia alle autorità competenti?

▸ Perché non è stato convocato con urgenza un Consiglio comunale aperto, per informare la città e votare una formale condanna istituzionale?

▸ È davvero concepibile che un simile atto intimidatorio possa avvenire senza il consenso delle cosche mafiose cittadine?

L’assenza di risposte non è soltanto imbarazzante: è politicamente devastante.

VI. LA MAFIA ALLE PORTE: IL SILENZIO CHE COMPLICA

L’Operazione Hybris ha portato alla luce una realtà che molti fingevano di non conoscere: a Gioia Tauro esisteva un arsenale degno di un conflitto bellico, con armi da guerra provenienti dai Balcani, riconducibili alla Cosca Molè in stato di guerra aperta contro la Cosca Piromalli.

In questo scenario da romanzo criminale — purtroppo tutto reale — sorge spontanea la domanda: cosa aspetta la capasanta a convocare un Consiglio comunale aperto alle forze politiche e sociali, per approvare un documento di ferma e inequivocabile condanna delle cosche mafiose? Non un generico «siamo contro la mafia», ma un atto politico preciso, con nomi e cognomi: Piromalli e Molè. Perché tanta reticenza?

«Un’istituzione che non sa dire “basta” alla mafia non merita il nome di istituzione.»

Se questo Consiglio comunale non è in grado di esprimersi con forza e determinazione — da un lato con solidarietà alle forze dell’ordine e alla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, dall’altro con una netta condanna delle cosche Piromalli e Molè — allora è legittimo e doveroso che ogni cittadino ne tragga le dovute conclusioni.

«Tutti i nodi vengono al pettine.»

Con stima selettiva,

Ulisse (Aldo Alessio)

Comunicato N°24 — 30 marzo 2026 | Il precedente comunicato N°23 è del 26 marzo 2026.

Pubblicazione satirica ai sensi dell’art. 21 della Costituzione Italiana. I fatti narrati sono di dominio pubblico; i commenti sono opinione esclusiva dell’autore. «Il Teatro dell’Assurdo» non è responsabile di eventuali riconoscimenti involontari da parte del lettore.