Da Portella della Ginestra alle stragi del ’92-’93: Enzo Ciconte ricostruisce un secolo di violenza politica a Trame 2026

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“Una parte della storia della politica italiana non ha mai accettato il 25 aprile” ha affermato lo storico delle organizzazioni criminali Enzo Ciconte sul palco di Trame 15, in dialogo con il giornalista di Gianfranco Manfredi per la presentazione del suo ultimo libro   “Storia dell’altra Italia” (Laterza).
La tesi di Ciconte parte da lontano, da un dato che considera fondativo. Lo storico lo ripete
con forza: “Dieci anni dopo la Liberazione, nel 1955, Giorgio Almirante scriveva sul
‘Secolo d’Italia’ che “da allora in poi, tutti quelli che provengono da quella scuola, dalla
scuola del movimento sociale, non hanno mai riconosciuto il 25 aprile come festa, anche se
è una festa nazionale”. Un rifiuto che, secondo Ciconte, ha avuto conseguenze drammatiche
e durature.
Subito dopo la caduta del fascismo, l’Italia si ritrovò in una situazione complessa: era il paese dell’Occidente capitalistico con il più grande partito comunista, si affacciava sul mondo sovietico e ospitava il Vaticano. “Dall’antifascismo si passa all’anticomunismo – spiega Ciconte – che diventa la religione di Stato”. In questo passaggio, secondo lo storico, si gioca la partita decisiva per le sorti della democrazia italiana.
L’autore, già docente di Storia della criminalità organizzata all’Università Roma Tre e consulente della Commissione parlamentare antimafia, propone una tesi storica audace e documentata: esiste una continuità di intenti e di attori tra le stragi neofasciste e quelle mafiose, accomunate dalla volontà di colpire le conquiste democratiche del Paese.
Con lo sguardo lungo dello storico, Ciconte ricostruisce un secolo e mezzo di trame oscure,
 partendo dalla strage di Portella della Ginestra il primo maggio del 1947 – “il segno più
 evidente di quello che stava accadendo” – attraversando la strage di Piazza Fontana nel
 1969, la strage di Bologna del 1980, fino agli attentati di Capaci e via D’Amelio del 1992 e
alle stragi di Firenze, Roma e Milano del 1993. Il filo conduttore è quello di un’Italia a
 “sovranità limitata”, condizionata dalla guerra fredda, in cui settori dello Stato, servizi segreti deviati, logge massoniche come la P2 e poteri criminali hanno portato avanti una vera e propria guerra non ortodossa contro la democrazia nata dalla Resistenza.
Nelle elezioni regionali in Sicilia vince il blocco della sinistra. “Era suonato il campanello d’allarme per tutte le forze moderate, conservatrici e monarchiche presenti in Italia”. La strage aveva una funzione precisa: provocare la reazione violenta del Partito comunista, spingendolo fuori dal perimetro della legalità repubblicana. Se Togliatti non avesse disinnescato la trappola, invitando i suoi compagni a non perdere la testa, il partito sarebbe stato “praticamente delegittimato”, come era successo in Grecia.
“Loro cercavano di spezzare il fronte e cercavano di spezzare i socialisti dai comunisti – spiega Ciconte –. L’unico modo era quello di ammazzare i dirigenti, i dirigenti socialisti”. Un meccanismo perverso in cui mafiosi, fascisti e massoni si intrecciavano in un “miscuglio, una commissione, un intreccio difficilmente comprensibile”. Un’alleanza contro natura tra Stato e criminalità organizzata L’elemento più drammatico che emerge dall’analisi di Ciconte è la protezione garantita dai vertici dello Stato ai criminali: “In ogni incidente di questa situazione c’è esattamente questo. Lo Stato che protegge i criminali, che protegge gli assassini, che protegge gli stragisti”. Il libro si interroga sulle ragioni di questa alleanza contro natura. Perché una borghesia così potente doveva scendere a patti con la “peggiore manovalanza”? La risposta di Ciconte è chiara: lo spauracchio del comunismo e la paura delle lotte contadine nel Sud, messe in ginocchio dalla fame e dalla miseria, giustificavano qualsiasi alleanza, anche la più spregiudicata, pur di mantenere il controllo del Paese. “La risposta a Portella – ricorda lo storico – fu una risposta politica, manifestazioni, comizi, iniziative, scioperi, ma tutto nell’ambito della legalità repubblicana”.