NICOLA GRATT​ERI ZITTISCE TUTTI: «LA PROTESTA È DEMOCRAZIA»

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GRATT​ERI ZITTISCE TUTTI: «LA PROTESTA È DEMOCRAZIA»

Il procuratore di Napoli difende il diritto di manifestare e mette in guardia dalle generalizzazioni sulle presunte infiltrazioni mafiose: «Non posso tollerare che si dica che le manifestazioni sono organizzate dalle mafie. Non è vero».

Ci sono parole che dovrebbero essere stampate, incorniciate e appese negli uffici di chi governa, di chi gestisce l’ordine pubblico e di chi rappresenta le istituzioni. Parole da tenere bene in vista, soprattutto quando migliaia di cittadini scendono in strada per denunciare difficoltà economiche, chiedere risposte e rivendicare il diritto a un futuro dignitoso.

Sono quelle pronunciate da Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Napoli, intervenendo al Festival del Sud di Vibo Valentia. Un richiamo diretto al valore della protesta democratica e alla necessità di non confondere le eventuali responsabilità individuali con le ragioni di un’intera mobilitazione.

«La protesta è democratica, legittima. Come si devono fare le proteste?», domanda Gratteri. Poi aggiunge parole che non lasciano spazio a equivoci: «Non posso sopportare, tollerare che si dica che le manifestazioni sono organizzate dalle mafie. Questo non è giusto perché non è vero».

Un messaggio che chiama in causa tutte le istituzioni, a partire dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, fino ai questori, ai comandanti provinciali e ai sindaci.

LA PROTESTA NON SI DELEGITTIMA CON IL SOSPETTO

Il punto sollevato da Gratteri è semplice, ma fondamentale: la presenza eventuale di persone con precedenti penali o legami criminali non dimostra che una manifestazione sia stata organizzata dalla criminalità organizzata.

È una distinzione che riguarda il diritto, il buon senso e le fondamenta stesse della democrazia.

Il Sud, in queste settimane, ha visto agricoltori, autotrasportatori, commercianti, artigiani, studenti e cittadini portare nelle strade la propria rabbia e le proprie difficoltà. Una mobilitazione attraversata anche da tensioni, blocchi e disagi, ma alimentata da problemi economici concreti che meritano attenzione e risposte.

Il costo del gasolio, i margini sempre più ridotti, la distanza tra il prezzo riconosciuto ai produttori e quello pagato dai consumatori, le difficoltà delle imprese di trasporto: sono queste alcune delle questioni che hanno spinto tante persone a protestare.

Questioni che non possono essere cancellate dal dibattito pubblico spostando l’attenzione sulle presunte infiltrazioni criminali senza distinguere tra fatti accertati, ipotesi investigative e generalizzazioni.

«LE ARANCE A 35-40 CENTESIMI SUL CAMPO, POI A MILANO A DUE EURO»

Gratteri richiama anche la condizione degli agricoltori, descrivendo una filiera nella quale chi produce può ricevere compensi molto bassi rispetto al prezzo finale pagato dal consumatore.

«Un chilo di arance sul campo, raccolto in cassetta, costa 40 centesimi, anche 35 centesimi. Poi lo trovi a Milano e costa 2 euro», osserva il procuratore.

E ricorda l’incertezza di chi lavora la terra, esposto alle condizioni atmosferiche e all’imprevedibilità dei raccolti: «Tutto ciò che si coltiva sotto al cielo aperto non ha la garanzia del raccolto ogni anno».

Poi la conclusione, riferita alla Calabria: «Gli agricoltori calabresi non ce la fanno, arrancano».

Parole che riportano al centro la condizione di chi lavora, investe, affronta rischi e spesso si ritrova a fare i conti con costi che erodono i guadagni. Dietro ogni presidio ci sono imprese, famiglie e territori che chiedono di essere ascoltati.

SE CI SONO INFILTRAZIONI, INDAGHINO LE AUTORITÀ. MA NON SI ACCUSINO TUTTI

Gratteri non nega la possibilità che singoli soggetti legati alla criminalità possano tentare di inserirsi nelle proteste. Sottolinea, al contrario, che esistono organi investigativi chiamati a verificare eventuali responsabilità.

«Ovviamente lì c’è la polizia giudiziaria, c’è la Procura di Catanzaro e, se ci sono delle infiltrazioni, sicuramente fanno il loro lavoro», afferma.

Il principio è chiaro: se emergono elementi concreti, si indaga. Se vengono commessi reati, i responsabili devono essere individuati e perseguiti. Ma da eventuali condotte individuali non si può ricavare automaticamente un’accusa contro migliaia di manifestanti.

Per spiegare il concetto, il procuratore ricorre all’esempio delle proteste studentesche.

«Se 2.000-3.000 ragazzi manifestano e poi nel corso del viaggio si infiltrano 50-60 delinquenti e cominciano a fare devastazioni, cosa vuol dire? Che gli studenti sono delinquenti perché hanno organizzato la protesta per devastare? Non è così».

Una domanda che aiuta a distinguere tra chi esercita legittimamente un diritto e chi, eventualmente, commette illeciti.

Le mafie possono cercare di sfruttare situazioni di disagio sociale ed economico. Proprio per questo servono indagini rigorose, verifiche e responsabilità individuali. Ma la lotta alla criminalità organizzata non può trasformarsi in una presunzione generalizzata contro chi manifesta.

«A NAPOLI PUOI PROTESTARE ANCHE UN MESE. NESSUNO TI DEVE TOCCARE»

Il richiamo di Gratteri riguarda anche il rapporto tra manifestanti e forze dell’ordine.

«Chi vuole protestare a Napoli viene qua a Piazza del Plebiscito e può stare anche un mese a protestare e nessuno lo deve toccare», dichiara.

Il limite, nella sua spiegazione, è rappresentato dalle condotte che mettono in pericolo gli altri o violano la legge: «Se lui danneggia i monumenti o mette in pericolo gli altri, se picchia gli altri, se attacca la polizia».

Il diritto di manifestare, dunque, non equivale al diritto di commettere reati. Allo stesso modo, la presenza di episodi illeciti non cancella il diritto degli altri cittadini a esprimere pacificamente il proprio dissenso.

È un equilibrio che le istituzioni sono chiamate a garantire: tutelare l’ordine pubblico senza comprimere arbitrariamente le libertà democratiche, intervenire quando necessario e distinguere le responsabilità senza trasformare un’intera categoria di cittadini in un bersaglio.

IL MESSAGGIO AL GOVERNO: ASCOLTARE PRIMA DI ETICHETTARE

Quando una protesta coinvolge lavoratori, imprese e famiglie, la risposta delle istituzioni non può limitarsi alla gestione dell’ordine pubblico. Occorre affrontare anche le ragioni economiche e sociali che alimentano il malcontento.

Le difficoltà degli agricoltori, i costi dell’autotrasporto e la sostenibilità delle piccole imprese richiedono confronti, verifiche e interventi concreti. Le contestazioni vanno ascoltate e le eventuali responsabilità penali accertate nelle sedi competenti.

Attribuire a un’intera mobilitazione una regia criminale senza prove sufficienti rischia di confondere il dibattito, alimentare la sfiducia e allontanare l’attenzione dai problemi denunciati.

È questo il nodo del ragionamento di Gratteri: la legalità si difende perseguendo chi commette reati, non delegittimando indiscriminatamente chi esercita un diritto costituzionale.

Il suo intervento lascia quindi una domanda alle istituzioni: come si può difendere la democrazia se il diritto di protestare viene guardato con sospetto anziché valutato sulla base dei fatti?

La conclusione del procuratore è netta e riguarda tutti, indipendentemente dal settore economico, dal territorio o dalle idee politiche.

«Tutti abbiamo il diritto di protestare e contestare. Questa è la democrazia».

Una frase che merita di essere ricordata ogni volta che un cittadino scende in piazza per chiedere ascolto, giustizia e risposte. Perché la democrazia non si misura soltanto dalla capacità delle istituzioni di mantenere l’ordine, ma anche da quella di proteggere il dissenso e affrontare le ragioni di chi protesta.