La ‘ndrangheta “soggetto alternativo allo Stato” nei 12 arresti a Melicucco. “Quegli armadietti ve li spacco tutti in testa”: Pressioni al sindaco ed a un assessore (che va ai domiciliari), pestaggi, estorsioni e violenze: Ricostruito un secolo di storia criminale
Ott 02, 2026 - Giuseppe Larosa
Uno spaccato di storia criminale quello che ne è uscito fuori ieri dopo l’operazione contro i clan di Melicucco, illustrata ieri il Procuratore Capo della Repubblica di Reggio Calabria Giuseppe Borrelli nella sua conferenza stampa. Un’operazione antimafia eseguita dai Carabinieri che ha portato agli arresti ben 12 persone (7 in carcere e 5 ai domiciliari), e dove sono coinvolti in tutto 21 indagati. La presenza della ‘ndrangheta nella Piana è sempre più pressante e in questo caso riguarda la cosca “Costa-Filippone” e le contestazioni a vario titolo riguardano l’associazione per delinquere di tipo mafioso, l’estorsione aggravata, la violenza privata aggravata, la detenzione e il porto illegale di armi e la detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio. Contestualmente, è stato eseguito un decreto di sequestro preventivo nei confronti di un’attività imprenditoriale operante nel settore della gestione di una cava di materiali inerti e di un terreno.
Le indagini, avviate dal Nucleo Investigativo del Gruppo Carabinieri di Gioia Tauro nel maggio 2022, hanno preso le mosse, anche, dalle risultanze investigative dei procedimenti “Crimine” e “Ndrangheta Stragista”, consentendo di ricostruire le dinamiche associative della locale di ‘ndrangheta di Melicucco. Contestualmente, è stato dato esecuzione a un decreto di sequestro preventivo, emesso dal medesimo Ufficio giudiziario, avente ad oggetto un’impresa individuale finalizzata alla gestione di una cava di inerti e un terreno. Gli investigatori avrebbero ricostruito anche la genesi del sodalizio, risalente all’incirca a un secolo fa, e le principali fasi della sua evoluzione, fino a delinearne l’attuale assetto attraverso l’avvicendamento dei vertici nel corso del tempo.
In tutto questo spaccato al centro dell’inchiesta c’è la figura di Rosario Costa, conosciuto come “Angelo”, che secondo l’ipotesi accusatoria avrebbe assunto il ruolo di promotore e vertice della presunta associazione mafiosa. La sua ascesa, stando alla ricostruzione della procura, sarebbe maturata nella seconda metà degli anni novanta, in un contesto segnato dal conflitto con la fazione riconducibile a Rocco Santo Filippone, condannato all’ergastolo. Costa avrebbe quindi consolidato la propria posizione nella locale di Melicucco insieme al fratello Carmelo Costa.
Diversi gli episodi richiamati dal procuratore Borrelli, tra questi anche il ruolo di un assessore comunale della Giunta guidata dal sindaco Francesco Nicolaci (che non è indagato), si tratta di Gabriele Bruzzese finito ai domiciliari con l’ipotesi di concorso in estorsione, in merito alla sua posizione il procuratore Borrelli si è soffermato a lungo. La sua posizione riguarda una presunta richiesta estorsiva avanzata in concorso con un esponente del clan Costa, dove al centro dei fatti ci sarebbero i lavori di rifacimento del manto stradale di una strada provinciale, in vista del passaggio del Giro d’Italia, dove secondo la ricostruzione dei carabinieri, l’uomo del clan avrebbe preteso di allungare l’intervento anche a un tratto che non rientrava nel progetto appaltato, fino ad arrivare nei pressi di casa sua. E per ottenerlo, sempre secondo gli investigatori, avrebbe potuto contare proprio sull’appoggio di Bruzzese. Un altro episodio riguarderebbe lo stesso sindaco Francesco Nicolaci che non risulta tra gli indagati, nell’ordinanza si legge “che per risolvere la problematica in questione il sindaco, anziché ricevere il cittadino presso i locali del Comune, fosse stato prelevato dal proprio ufficio e condotto alla masseria di Costa”. Ieri il procuratore Borrelli ha spiegato in questo modo la questione riguardante l’apertura di un caseificio, “In una di queste ipotesi il capo cosca decideva di aprire un caseificio all’interno di un fabbricato dove era precedentemente ubicato il caseificio gestito dal fratello, che aveva cessato la propria attività lasciando insoluto un debito tributario nei confronti dell’amministrazione comunale. Il Comune si opponeva all’apertura, sostenendo che la precedente licenza non potesse cessare fino a quando il debito non fosse stato adempiuto, e che l’esistenza di quella licenza impedisse il rilascio di una nuova. Quindi il nuovo caseificio non avrebbe potuto aprire fino al pagamento del debito”. Dopodiché continua Borrelli, “la cosca convocava all’interno della propria masseria il sindaco di Melicucco per indurlo a sbloccare la situazione di stallo”. Il primo cittadino, che non era stato preavvisato dell’incontro, “non opponeva alcuna resistenza” e si recava in masseria. Nel dialogo gli veniva prospettata “l’incoerenza della tesi sostenuta dal Comune” e che di fronte alle resistenze iniziali del sindaco, “i toni si inasprivano”. Il capo cosca era presumibilmente infastidito di tali resistenze e dichiarava che “l’avrebbe costretto a uscire pazzo e quindi a realizzare delle condotte irrazionali”, nei fatti venivano prospettate “condotte di tipo ritorsivo” nei confronti del sindaco o del personale in servizio al Comune. Il sindaco si diceva allora disposto ad attivarsi per risolvere la questione e, se non ci fosse riuscito, a rassegnare le dimissioni. Dalle conversazioni intercettate, come ha affermato il procuratore, si comprendeva che la vicenda si chiudeva in senso favorevole alla cosca. Si legge inoltre nell’ordinanza che: “Il primo cittadino, sicuramente intimorito dalla minaccia del capobastone Rosario ‘Angelo’ Costa, ma anche forse per un senso di ‘responsabilità’ nei confronti di ‘coloro che lo avevano fatto eleggere’ asseriva che se non fosse riuscito a dare una risoluzione al problema dei Costa avrebbe dato le dimissioni dal proprio incarico (« No Angelo per me… te l’ho detto prima non è quello il problema io vi capisco e più di questo non posso dirvi » « Ti ripeto io sono venuto qua per vedere se riesco a venirvi in contro se poi non ci riesco presento le dimissioni e me ne vado a casa »). Dunque, la vicenda in questione, sebbene i Costa accampassero delle pretese apparentemente legittime, non lasciava alcun dubbio circa il fatto che la cosca melicucchese avesse il totale controllo dell’attuale Amministrazione“.
Il procuratore Borrelli illustra anche altri episodi anche di natura privata come quella di un titolare di due supermercati viene “prelevato e portato al cospetto” dei capi della cosca, per sentirsi imporre che la carne deve arrivare da una ditta riconducibile al capo del clan. Altri episodi riguarderebbero i lavori di ristrutturazione della “Villetta della Madonnina” nel Comune di Feroleto della Chiesa, dove sarebbe stata imposta la fornitura di sabbia di una gestita da un imprenditore, quest’ultimo arrestato perché ritenuto parte della cosca. La cosca, ha spiegato Borrelli, non era altro che “un soggetto alternativo allo Stato al quale i cittadini si rivolgevano per la risoluzione di vicende private”. C’è un caso emblematico che viene spiegato in conferenza stampa quello di un soggetto incaricato dai proprietari di un terreno di rimuovere un lucchetto e lo stesso avrebbe “ritenuto palesare di avere ricevuto l’incarico dal proprietario”, ovvero informare preventivamente il clan, temendo che l’operazione potesse essere interpretata come un danneggiamento e provocare una reazione. Nell’ordinanza si leggono anche dei rapporti con altri clan come quello dei potenti Piromalli di Gioia Tauro i quali chiedono un favore per il recupero di due quadricicli rubati alla famiglia mafiosa.
E ancora altri episodi spiegati in conferenza stampa che riguardano estorsioni, controlli sulla vendita di terreni e altro. Resta tuttavia ferma la natura cautelare dei provvedimenti eseguiti e che le persone coinvolte sono indagate e devono essere considerate innocenti fino a eventuale sentenza definitiva di condanna. Il comandante del nucleo investigativo di Gioia Tauro, Giovanni Battista Marino, illustrando l’importanza dell’operazione si è soffermato sull’attuale assetto della locale di ’ndrangheta di Melicucco e sulle modalità attraverso le quali il sodalizio avrebbe esercitato la propria influenza sul territorio, affermando che “Si tratta di un’attività investigativa importante per il territorio della Piana di Gioia Tauro e, in particolare, per il comune di Melicucco, sia per la ricostruzione dell’attuale assetto della locale di ’ndrangheta che opera sul territorio, sia perché è emerso un controllo del territorio che continua a essere asfissiante e a interessare diversi settori produttivi della società civile. Un controllo esercitato anche attraverso l’uso della violenza, che in alcuni casi appare senza freni e può assumere connotati particolarmente pericolosi”.
Il pestaggio. C’è anche un particolare episodio che colpisce tantissimo che si legge nell’ordinanza, ossia il “pestaggio di un uomo davanti a moglie e figli per vendicare un affronto fatto a uno dei Costa dove “era emerso che, a seguito dell’incauta esplosione di un petardo nelle vicinanze di alcuni ragazzi, COSTA Francesco e un suo coetaneo erano stati redarguiti e colpiti con uno schiaffo (…)”, addirittura il capo clan “incitava il figlio a sottrarre alla vittima il telefono cellulare (…) e di percuoterlo sul volto in modo che rimassero i segni per quattro mesi”, un pestaggio cessato perché la figlia del povero malcapitato si è messa a piangere disperatamente assistendo alla violenza contro il padre.
Il procuratore Borrelli ha anche puntato il dito contro i rischi della riforma dove è previsto un giudice collegiale, “Ci troviamo di fronte ad una riforma epocale destinata ad entrare in vigore nei prossimi mesi, quella del giudice collegiale, che tecnicamente, da un punto di vista meramente aritmetico, è destinata a triplicare i tempi di adozione dei provvedimenti cautelari. Gli attuali organici, di fronte alla complessità delle dinamiche investigative, non consentono di avere delle risposte immediate e secondo me anche compatibili con quelli che sono i tempi delle indagini che oggi sono imposti dalla legge”. Ed ancora, “Credo che una riforma di questo genere, per non avere degli effetti e un impatto effettivamente paralizzante su quella che è l’attività giudiziaria, dovrebbe essere accompagnata da un rafforzamento non simbolico ma consistente degli organici. Io penso sostanzialmente che se quello che fino ad oggi ha fatto un giudice dovrà essere fatto da tre giudici, implichi che dove c’era un giudice dovranno essercene tre. In altri termini, presso l’ufficio gip di Reggio Calabria a fronte di 10 giudici dovranno essercene 30. Di tutto ciò io allo stato non vedo traccia, però non posso evidentemente prevedere ciò che avverrà nei prossimi mesi, quindi esprimo l’auspicio che ciò avvenga”.



