La disfatta della parola: quando l’informazione diventa urlo

Tra Debord, Kraus e Malaparte, un viaggio nella crisi di un giornalismo che ha smesso di raccontare per iniziare a gridare nelle considerazioni dello scrittore Giovanni Cardona
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C’è un concetto che aiuta a capire la crisi dell’informazione contemporanea: la sintesi. Non quella nobile, aristotelica, che distilla il pensiero senza tradirlo, ma quella imposta dal ritmo del messaggio radiotelevisivo — a sua volta figlio del linguaggio pubblicitario, il regno per eccellenza del “pensiero breve”.

Già Guy Debord, ne La società dello spettacolo (1967), aveva intuito che la merce e l’immagine avrebbero finito per sostituire l’esperienza diretta della realtà. Cinquant’anni dopo, la sua diagnosi suona profetica: anche la cronaca giudiziaria è diventata spettacolo, merce da consumare in uno slogan.

La pubblicità vuole affermare un prodotto, la propaganda una tesi: in entrambi i casi il fine giustifica l’aggressività del mezzo. Non è un caso che Karl Kraus, il grande polemista viennese, dedicasse la vita a smascherare la stampa come macchina che deforma la lingua per deformare il pensiero — Die Fackel, la sua rivista, era essenzialmente un’opera di resistenza contro il giornalismo-slogan.

Oggi i titoli dei giornali sono sintetici per definizione, ma scorrendo gli articoli ci si accorge che lo stile non cambia granché: mancano l’analisi dialettica, l’argomentazione dei pro e dei contro, quel confronto socratico delle tesi che dovrebbe essere il sale del pensiero critico. Resta la moda del pamphlet, dello slogan, della campagna pubblicitaria travestita da notizia.

Come pretendere allora equilibrio e deontologia quando l’oggetto della narrazione è un processo — cioè, da sempre, un fatto scenico? Il teatro giudiziario ha alimentato la grande drammaturgia, da Eschilo alle Eumenidi fino ai processi shakespeariani: il tribunale è arena, e l’arena chiede pubblico. Anche le rivoluzioni, del resto, sono sempre state spettacolo: le “oneste signore” che, secondo la vulgata, sferruzzavano sotto la ghigliottina, incarnano quel gusto macabro per la caduta degli idoli che Dickens racconta magistralmente né Una storia di due città.

Pensare di correggere per via normativa questo malcostume è, a mio avviso, illusorio. La valanga di informazioni è ormai un diluvio incontrollabile — e viene da chiedersi se non l’avesse già previsto Neil Postman quando, in Divertirsi da morire (1985), immaginava una società non oppressa dalla censura orwelliana, ma sommersa, alla maniera di Huxley, da un eccesso di intrattenimento che rende superflua ogni repressione.

Non so se dietro questa fame di notizie ci sia una vera domanda dell’opinione pubblica, ma si respira ovunque il bisogno — o l’assuefazione — a un’informazione gridata, roboante, violenta. E i giornalisti sono prontissimi a soddisfarla, sfogando la penna come un tempo si sfogava la spada.

È come assistere al crollo di una diga, a una Caporetto della misura. E di fronte alla disfatta — quella che Malaparte chiamò “la rivolta dei santi maledetti” — c’è sempre qualche zelante ufficiale pronto a fucilare il disertore di turno: un capro espiatorio isolato, mentre l’intero esercito è in rotta. È ingiustizia pura, la stessa che Manzoni denuncia nella pagina della colonna infame, dove l’untore viene torturato per placare il panico collettivo.

Non si può arginare un malcostume sistemico con interventi repressivi mirati. Siamo di fronte a una rotta dei limiti della misura, e discuterne oggi potrà servire a scrivere nuove regole domani — anzi dopodomani, dopo la rivoluzione. Ma varare un decreto “antidisfatta” nel pieno della disfatta è tipico di una classe politica allo sbando, che scambia le leggi-manifesto per soluzioni reali: lo stesso vizio che Tacito attribuiva a Roma decadente, corruptissima re publica plurimae leges — quanto più corrotto lo Stato, tante più le leggi.

Nell’immediato, dunque, non resta che convivere con questa informazione gridata e ripetitiva, provando — nel nostro piccolo — a non esserne complici. Come scriveva Khalil Gibran: il vero giusto è colui che si sente sempre a metà colpevole dei misfatti di tutti.