«Curnutu tu e cu nun t’u dice»: a Reggio la campagna elettorale finisce a colpi di dialetto

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«Curnutu tu e cu nun t’u dice»: a Reggio la campagna elettorale finisce a colpi di dialetto

Tra accuse, orgoglio cittadino e scontri personali, la sfida per le suppletive si trasforma in un duello verbale. E una frase del sindaco diventa il simbolo di una campagna sempre più infuocata.
A Reggio Calabria ormai non volano soltanto programmi elettorali. Volano parole. E alcune sono destinate a lasciare il segno.
Nell’ultimo comizio prima delle elezioni suppletive, Francesco Cannizzaro ha scelto il dialetto per rispondere a Roberto Vannacci, replicando alle accuse rivolte al sindaco e, più in generale, alle espressioni utilizzate nei confronti dei reggini.
La frase è di quelle che non hanno bisogno di interpretazioni: «Curnutu tu e cu nun t’u dice».
Il pubblico applaude. La piazza si infiamma. E in pochi secondi la campagna elettorale trova il suo slogan più brutale e, probabilmente, più memorabile.
Cannizzaro sostiene che Vannacci abbia oltrepassato il limite, soprattutto quando le critiche politiche vengono percepite come offese rivolte a un’intera comunità. Il generale, nei suoi comizi, ha invece attaccato il sindaco e la politica locale, utilizzando immagini forti e provocatorie, tra cui quella delle “carote” mostrate agli elettori come se fossero “asini”.
Il risultato è un cortocircuito perfetto per la comunicazione politica contemporanea: una frase provoca una risposta, la risposta diventa un titolo, il titolo alimenta il dibattito e il dibattito finisce per oscurare la discussione sui programmi.
È la politica nell’epoca del comizio trasformato in contenuto virale.
E Reggio Calabria, in questa partita, non è soltanto lo sfondo. È il bersaglio retorico e identitario dello scontro. Parlare dei reggini significa parlare dell’orgoglio di una città che, da sempre, reagisce con particolare sensibilità quando sente di essere descritta dall’esterno attraverso stereotipi o giudizi sprezzanti.
Ma la questione politica rimane.
Alle suppletive si confrontano più anime del centrodestra e il candidato del centrosinistra, in una competizione resa ancora più interessante dalla presenza di Mimmo Giannetta, passato da un ruolo di primo piano in Forza Italia alla nuova area politica di Vannacci.
In questo scenario, ogni dichiarazione pesa. Ogni polemica può spostare l’attenzione. Ogni parola può diventare un’arma.
E proprio qui sta il paradosso.
Mentre i candidati dovrebbero convincere gli elettori spiegando come intendono rappresentare Reggio Calabria a Roma, la campagna rischia di essere ricordata soprattutto per cornuti, asini, carote e repliche in dialetto.
La politica spettacolo funziona così: una frase di pochi secondi può ottenere più attenzione di un programma di decine di pagine.
Ma il voto arriva comunque.
E quando la piazza si svuoterà, quando gli applausi finiranno e i video smetteranno di correre sui social, agli elettori resterà una domanda molto più semplice delle provocazioni ascoltate nei comizi:
chi saprà trasformare la rabbia della campagna elettorale in rappresentanza politica?
Perché a Reggio si può anche discutere a colpi di dialetto.
Ma alla fine, nelle urne, saranno gli elettori a parlare.