Logica contro Ontologia: la guerra che dura da mille anni
Da Abelardo a Gödel, da Sant'Agostino a Wittgenstein: viaggio nella disputa filosofica che ha deciso come pensiamo la realtà nelle riflessioni dello scrittore Giovani CardonaAgo 29, 2026 - redazione
C’è una scena, nella Parigi del XII secolo, che vale la pena immaginare prima di aprire qualsiasi manuale di filosofia della logica. Nelle aule (spesso all’aperto, per mancanza di spazio) dove insegnava Pietro Abelardo, gli studenti si accalcavano per assistere a un duello concettuale che avrebbe attraversato i secoli: gli universali — cioè concetti come “uomo”, “bianco”, “giustizia” — esistono realmente, in un mondo di idee, oppure sono soltanto nomi, etichette che la mente appone a cose singole e concrete? Da una parte i platonisti (o “realisti”, nel lessico medievale), eredi di un’intuizione che affonda le radici nel mondo delle Idee di Platone: gli universali hanno una sussistenza propria, indipendente dalla mente che li pensa. Dall’altra i nominalisti, capitanati da un maestro scomodo come Roscellino di Compiègne — accusato persino di eresia per aver applicato la sua dottrina alla Trinità — secondo cui gli universali sono semplici flatus vocis, soffi di voce, convenzioni linguistiche senza alcuna realtà ontologica autonoma. Questa disputa non è un fossile da museo. È la prima, grande messa in scena di un problema che la filosofia della logica e la filosofia della matematica non hanno mai smesso di porsi: quanto della realtà che pensiamo è “già lì”, e quanto lo costruiamo pensandola?
Prima di Hegel, prima ancora della scolastica medievale, fu Platone stesso — nel Teeteto e nel Sofista — a definire il pensiero come “dialogo che l’anima intrattiene con se stessa”. È un’immagine potente: non semplice ragionamento a freddo, ma una conversazione interiore in cui una voce interroga e un’altra risponde, all’interno dello stesso soggetto pensante. Questa dialettica, però, non avviene nel vuoto: si manifesta sempre dentro un orizzonte storico-culturale determinato. Lo aveva ben compreso Hegel quando, nella sua Fenomenologia dello Spirito (1807), raccontò il cammino della coscienza attraverso tappe storiche precise — dalla certezza sensibile fino al Sapere Assoluto — mostrando come ogni epoca produca le proprie categorie di verità, e come lo Spirito si riconosca infine, dopo un lungo peregrinare, come infinito che comprende se stesso attraverso la storia.
Saltiamo otto secoli. Vienna, anni Venti del Novecento. Un gruppo di filosofi e scienziati — Moritz Schlick, Rudolf Carnap, Otto Neurath — si riunisce regolarmente in quello che passerà alla storia come Circolo di Vienna. Il loro sogno è audace: liberare la conoscenza da ogni residuo metafisico, fondarla esclusivamente su logica ed esperienza verificabile. È il positivismo logico, l’apice di un razionalismo che voleva epurare il pensiero da ogni “mondo delle idee” giudicato non scientifico. Ludwig Wittgenstein, con il suo Tractatus Logico-Philosophicus (1921), fornì loro quasi involontariamente un vangelo: “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”. Eppure lo stesso Wittgenstein, in una delle ironie più belle della storia della filosofia, negli anni successivi smontò pezzo per pezzo l’edificio che aveva contribuito a costruire, scoprendo nelle Ricerche filosofiche che il linguaggio è gioco, uso, forma di vita — tutto fuorché la gabbia logica perfetta che aveva immaginato da giovane. Il punto è che la sola logica, presa isolatamente, non è mai bastata a se stessa. La storia della scienza è piena di episodi in cui l’intuizione — apparentemente extra-logica, quasi “geniale” nel senso più letterale del termine — ha aperto varchi che la sola deduzione non avrebbe mai trovato. Basti pensare ad Henri Poincaré, che raccontò come la soluzione a un problema matematico gli si presentò all’improvviso salendo su un omnibus a Coutances, “senza che nulla nei miei pensieri precedenti sembrasse avermi preparato” a quell’illuminazione.
Kurt Gödel — logico tra i più rigorosi mai esistiti, autore dei teoremi di incompletezza che nel 1931 scossero le fondamenta stesse del programma di Hilbert — era, curiosamente, un platonista convinto. Credeva che gli oggetti matematici esistessero in un senso oggettivo, indipendente dalla mente umana, quasi fossero percepiti da una facoltà simile alla vista, ma rivolta a un mondo intellegibile anziché sensibile. Il padre della logica matematica del Novecento credeva, in fondo, in un mondo delle Idee. Questo è il travaso di cui parla la tradizione filosofica: teorie nate nell’ontologia migrano nella logica, e viceversa, in un movimento circolare che nessuno dei due poli, preso da solo, riesce a esaurire.
C’è una frase di Sant’Agostino, tratta dal De vera religione, che attraversa i secoli con una forza intatta: “Noli foras ire, in te ipsum redi; in interiore homine habitat veritas” — non uscire fuori di te, rientra in te stesso: nell’uomo interiore abita la verità. Agostino, che prima della conversione era stato affascinato dal manicheismo e dallo scetticismo accademico, approdò a questa certezza dopo un lungo travaglio interiore raccontato nelle Confessioni — uno dei testi più intimi e sconvolgenti della storia della letteratura occidentale, dove la ricerca filosofica si fa autobiografia dell’anima. È lì, in quella interiorità, che secondo il vescovo di Ippona si radica la causa significandi: il fondamento stesso per cui i segni e i concetti hanno significato non è un meccanismo puramente esteriore o convenzionale, ma affonda in qualcosa che trascende il soggetto empirico.
Quando Mosè, nell’Esodo, chiede a Dio il suo nome, la risposta che riceve — “Ehyeh asher ehyeh”, tradotta nella Vulgata latina come “Ego sum qui sum” — ha attraversato la storia della metafisica occidentale come una sfida e insieme un enigma. Tommaso d’Aquino ne fece il perno della sua dottrina dell’actus essendi: Dio non è “l’ente più alto” in una scala di gradi dell’essere (come se fosse semplicemente il gradino più elevato accanto agli altri enti), ma è l’Essere stesso, sussistente, senza gradualità che lo separi o lo avvicini al resto della realtà. È una distinzione sottile ma decisiva, che secoli dopo Heidegger riprenderà — sebbene su presupposti diversissimi — nella sua celebre “differenza ontologica” tra l’essere e gli enti, denunciando come gran parte della metafisica occidentale avesse finito per “dimenticare” l’essere in quanto tale, riducendolo a un ente fra gli altri.
Alla fine di questo lungo cammino — dalle dispute medievali tra realisti e nominalisti, al sogno positivista di una logica autosufficiente, fino all’interiorità agostiniana — resta una domanda aperta più che una risposta definitiva. Forse è proprio questo il senso più autentico della dialettica platonica: non un algoritmo che produce certezze, ma un dialogo che l’anima non smette mai di intrattenere con se stessa, generazione dopo generazione, davanti al mistero di un Essere che, per sua stessa natura infinita, non si lascia mai svelare del tutto.



