Vibo, Fondazione Murmura, “Una sera, un giardino, un’altra idea di città”

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Una sera, un giardino, un’altra idea di città

Ci sono distanze che non si misurano in chilometri. A volte bastano poche centinaia di metri per passare da una città che sembra vivere stancamente i propri riti estivi a un luogo nel quale, per qualche ora, quella stessa città ritrova memoria, bellezza e persino il piacere di stare insieme.
È accaduto ancora una volta nel giardino di Palazzo Murmura, nel cuore di Vibo Valentia, dove la Fondazione Antonino e Maria Murmura ha organizzato il tradizionale concerto pianistico estivo. Un appuntamento ormai consolidato, ma che sarebbe riduttivo considerare semplicemente uno dei tanti eventi della stagione.
Palazzo Murmura, la torre, il giardino con i suoi grandi alberi secolari appartengono certamente alla storia di una famiglia, ma appartengono anche alla storia di Monteleone di Calabria, oggi Vibo Valentia. E la storia, quando è autentica, non dovrebbe essere un privilegio. Tutti, ricchi e poveri, ereditiamo qualcosa dal luogo nel quale viviamo: edifici, paesaggi, memorie, vicende umane. La differenza sta nel modo in cui decidiamo di trattare questa eredità. Possiamo dimenticarla, consumarla oppure, quando ne vale la pena, conservarla e restituirla alla comunità.
È precisamente ciò che la Fondazione cerca di fare aprendo ogni anno questo luogo alla città. Perché una dimora storica non è soltanto un bene da custodire: può diventare un luogo vivo, capace di produrre ancora cultura, relazioni, conoscenza.
L’anima di questa esperienza è Maria Folino Murmura, insieme alle sue figlie. Una donna che il tempo non lo nasconde e non cerca inutilmente di fermarlo: lo guarda in faccia con vitalità e coraggio, continuando a immaginare, organizzare, costruire occasioni. È forse questo il modo più intelligente di custodire una storia familiare: non contemplarla nostalgicamente, ma farne qualcosa che abbia ancora senso per gli altri.
E lunedì sera il senso era affidato soprattutto alla musica.
Protagonista del concerto è stato Marco Ottaviani, giovanissimo pianista, classe 2001, già affermatosi in prestigiosi concorsi nazionali e internazionali. Il programma era importante e impegnativo: Bach, Chopin, Bartók, Liszt. Non una successione di brani scelti per offrire una serata musicale gradevole, ma un vero percorso attraverso mondi profondamente diversi della grande letteratura pianistica.
Dal rigore di Bach si è passati alla Fantasia op. 49 di Chopin, una pagina ampia, inquieta e poetica, nella quale Ottaviani ha mostrato una sensibilità che va oltre la straordinaria padronanza dello strumento. Poi Bartók, con Out of Doors, ha improvvisamente cambiato il paesaggio sonoro della serata: una musica più aspra, moderna, a tratti misteriosa, che chiedeva anche all’ascoltatore di abbandonare le consuetudini più rassicuranti.
La seconda parte è stata dominata da Liszt, con la Dante Sonata e lo Studio trascendentale n. 8: musica impetuosa, difficile, spettacolare senza essere necessariamente spettacolo. È qui, forse, che il giovane pianista ha maggiormente impressionato per la naturalezza con cui affrontava difficoltà che a chi ascoltava potevano sembrare quasi insormontabili.
Non sono un critico musicale e non intendo fingere di esserlo. Sono semplicemente una persona che ama da molti anni la musica importante e ha avuto occasione di ascoltare molti concerti. Ma, a parere di molti dei partecipanti, quello di Marco Ottaviani è stato il concerto più bello e coinvolgente tra quelli organizzati negli anni nel giardino di Palazzo Murmura. Per la qualità dell’esecuzione, certamente, ma anche per la bellezza e la complessità del programma e per quella particolare condizione che qualche volta si crea tra un interprete, la musica, il pubblico e il luogo che li accoglie.
Il pubblico era numeroso, con appassionati arrivati anche da altre parti della Calabria. Erano presenti anche il sindaco di Vibo Valentia e la consorte, una presenza significativa proprio perché quella serata, pur svolgendosi nel giardino di una dimora storica, aveva il carattere di un autentico avvenimento cittadino.
Ma c’è un particolare che mi sembra racconti la riuscita della serata quasi quanto il concerto.
Finita la musica, la gente non se n’è andata.
Il pianoforte taceva e nel giardino continuavano le conversazioni. Piccoli gruppi si formavano e si scioglievano sotto gli alberi, ci si incontrava, si commentava ciò che si era appena ascoltato, oppure semplicemente si parlava. Dei conversari, verrebbe voglia di dire recuperando una parola antica e bellissima.
Anche questo è cultura. Forse soprattutto questo: creare le condizioni perché le persone abbiano ancora piacere di incontrarsi, ascoltare qualcosa che le supera e poi rimanere insieme senza che nessuno abbia fretta di andare altrove.
Una città, infatti, non è soltanto un insieme di case, strade e servizi. È – o dovrebbe essere – storia, cultura, intelligenza e relazioni tra le persone. E una comunità si impoverisce quando perde i luoghi nei quali queste cose possono accadere.
Per questo la serata di Palazzo Murmura dice qualcosa che va oltre il pur magnifico concerto di Marco Ottaviani. Dice che anche in una città talvolta esangue, ripiegata sulle proprie abitudini e un po’ annoiata dai suoi stessi riti, esistono ancora luoghi e persone capaci di proporre un’altra misura.
Alla fine rimane soprattutto un’immagine: il pianoforte ormai chiuso, gli alberi secolari sopra le nostre teste e la gente che continuava a parlare nel giardino.
Fuori, la città di sempre. Dentro, per qualche ora, la dimostrazione di ciò che una città potrebbe essere.
E forse è proprio questa la restituzione più preziosa che una dimora storica può fare ai cittadini: non mostrare loro ciò che è stato, ma ricordare ciò che è ancora possibile essere.