Cosa avrebbe detto mio nonno al Garante dei detenuti?

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Di Antonino Napoli

Mio nonno, che amavo definire un filosofo della Magna Grecia nato nell’epoca sbagliata, ripeteva spesso un antico proverbio calabrese: «A megghiu parola è chida chi non nesci da vucca». Non perché amasse il silenzio o temesse di esprimere le proprie idee. Lo diceva solo perché aveva compreso anche lui che “un bel tacer non fu mai scritto”. Prima di parlare, sosteneva, bisogna sempre domandarsi non solo se ciò che si intende dire sia giusto, ma anche se sia opportuno dirlo e se il ruolo che si ricopre lo consenta.
È una riflessione che torna attuale leggendo le dichiarazioni del Garante regionale dei diritti delle persone private della libertà personale della Calabria, che ha ritenuto di plaudire pubblicamente a una recente operazione antimafia.
Nessuno mette in discussione il valore del contrasto alla criminalità organizzata, che rappresenta un dovere irrinunciabile dello Stato. Il punto, tuttavia, è un altro. Il Garante è un’autorità alla quale la legge affida il delicato compito di vigilare sul rispetto dei diritti delle persone private della libertà personale, assicurando che l’esecuzione della pena e delle misure restrittive avvenga nel pieno rispetto della dignità della persona e dei principi costituzionali.
Proprio per questo, la cifra del suo operare dovrebbe essere la terzietà. La sua autorevolezza non deriva dall’adesione, neppure simbolica, all’azione repressiva dello Stato, ma dalla capacità di rappresentare una garanzia imparziale, riconosciuta da tutti, anche da coloro i cui diritti è chiamato a tutelare.
Plaudire pubblicamente a un’operazione di polizia giudiziaria rischia inevitabilmente di incrinare quella percezione di neutralità che costituisce il fondamento stesso della funzione del Garante. E quando viene meno la fiducia nell’imparzialità di un organo di garanzia, viene meno anche una parte della sua efficacia.
In questo periodo, in cui il dibattito politico sembra essere concentrato sui temi della sicurezza, domandarsi se i detenuti hanno davvero dei diritti sembrerebbe quasi fuori luogo. Ma la risposta, tuttavia, è semplice e, prima ancora che morale, è giuridica perchè lo impone la Costituzione, che all’articolo 27 stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Lo impone lo Stato di diritto, che misura la propria forza non da come tratta i cittadini rispettosi della legge, ma da come tratta coloro che quella legge l’hanno violata.
E chi è chiamato a garantire quei diritti dovrebbe ricordarsi che, talvolta, la parola più giusta è davvero quella che non esce dalla bocca.