Il fischio della libertà! Quando il calcio e lo sport unisce all’interno del carcere di Palmi, la storia di Peppe detenuto e scarcerato mentre giocava a pallone

Straordinaria la testimonianza di Massimo Caruso, il volontario che porta allegria all'interno del carcere
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di Clemente Corvo

Il fischio della libertà

di Clemente Corvo

Testimonianza di Massimo Caruso

Dentro le mura di un carcere il tempo ha un peso diverso. Le giornate sono tutte uguali, scandite da cancelli che si aprono e si chiudono, da attese che sembrano non finire mai. Eppure, anche lì, la vita cerca uno spiraglio. E lo sport è uno di questi.

Da anni Massimo Caruso varca il cancello dell’Istituto Penitenziario di Palmi con un pallone sotto braccio. Con un gruppo di volontari ha aderito al progetto Sport e Salute – Progetto Carceri. Portano dentro attività sportive e culturali: calcio, basket, pilates. Lo fanno perché credono che lo sport sia rieducazione. Non beneficenza. Dignità.

Le partite si giocano sul campo in terra battuta dell’Istituto. Per novanta minuti non esistono reati, non esistono colpe. Esiste solo il campo, la maglia, il rispetto.

Racconta Massimo Caruso:
«Vederli correre, sudare, urlare “passala” mi riempie il cuore. Per un’ora, le sbarre spariscono.

L’altro giorno era una giornata come tante. Sole sulla terra rossa, polvere che si alza, squadre pronte. Fischio d’inizio. Poi, all’improvviso, la voce di una guardia taglia l’aria: “Peppe!”

Alzo la testa. Peppe è lì, in mezzo al campo, occhi sul pallone. Quando una guardia ti chiama per nome, là dentro, il tempo si ferma. Ma quel tono lo conosco. È un tono che profuma di buono.

Mi avvicino. La guardia gli dice poche parole. Lui resta immobile. Poi capisce. Dopo anni di detenzione, è libero. Subito. In quel momento.

Peppe guarda il pallone, poi guarda me. “Finisco la partita” dice con la voce rotta. “Poi prendo la roba ed esco”. Vuole restare. Vuole onorare il campo fino all’ultimo.

Ma i suoi compagni si fermano. Uno prende il pallone in mano. “No, Peppe” gli dice. “La partita si sospende. Tu oggi hai vinto quella vera. È giusto che esci. Ora.”

Mi giro. Fingo di sistemare le borracce. Perché quando vedi la fratellanza che ferma un gioco per spingere un uomo verso la libertà, il nodo alla gola non lo sciogli.

Ho abbracciato Peppe. “Ci vediamo fuori” gli ho sussurrato. E lo spero davvero. Spero di incontrarlo in una città qui vicino a Palmi, al bar, davanti a un caffè. Senza guardie, senza orari, senza ferro».

Conclude Caruso: «Noi volontari portiamo calcio, basket, pilates. Ma quello che aspettiamo è proprio questo: il giorno in cui il fischio finale non lo diamo noi, ma la vita. E quel giorno, su quel campo in terra battuta, l’ho sentito. Forte, chiaro, bellissimo».