Vite rubate, il dramma dell’imprenditore lametino Pino Trichilo in carcere per 2 anni da innocente “perché il fatto non sussiste “. Basta con una politica manettara dei pubblici ministeri che distruggono vite umane ed aziende e posti di lavoro

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Una giornata particolare nella Calabria vera: quella che lavora, che produce, e che resiste … alla mafia e all’antimafia

Sergio D’Elia

Vi racconto una storia che, nella sua crudezza e nella sua drammaticità, contiene anche un filo di speranza. Non dico un lieto fine, perché il lieto fine si costruisce giorno per giorno e non si può mai dire di essere arrivati al traguardo e aver guadagnato la felicità. È però una storia che apre uno spiraglio.È una storia tipica di una terra, a un tempo, avara e generosa, arida e fertile, medievale e rinascimentale. Parlo non solo della Calabria dove è ambientata ma più in generale del Sud. Dove il rischio di fare impresa può comportare la perdita non solo del patrimonio e del lavoro creato, ma anche della propria libertà e della vita stessa.
Al di sotto del Garigliano, sembra quasi sia interdetto fare impresa in maniera legale. Sembra chenon si debba accettare che in queste terre esista altro che ’ndrangheta e organizzazioni criminali, che possano esistere attività sane, imprese legali. Perché altrimenti crollerebbe il mito nazionale di una lotta senza quartiere tra lo Stato e l’antistato. È proprio vero, come diceva qualcuno, che le streghe hanno smesso di esistere quando abbiamo smesso di bruciarle. Così, potrebbe anche essere vero che la mafia smetterà di esistere quando avremo smesso di professare l’antimafia.
Come Nessuno tocchi Caino, non solo la pena di morte, la pena fino alla morte e la morte per pena, da ormai una decina d’anni, cerchiamo di raccontare anche questo. Il regime delle misure di prevenzione, delle interdittive prefettizie, dello scioglimento dei comuni per mafia, questi usi e costumi di stampo medievale che sono spesso più mortiferi dei supplizi capitali, penali e penitenziari. Il titolo di un capitolo del nostro lavoro annuale – politico ed editoriale – è proprio questo: quando prevenire è peggio che punire. Perché a volte, nella logica della prevenzione, non solo si creano mostri da abbattere, si producono anche macerie. Da almeno dieci anni attraversiamo le terre del Sud, in particolare la Calabria, con le nostre carovane. Ci siamo resi conto che, nella lotta senza quartiere tra Stato e antistato, in molti luoghi, si è fatta terra bruciata dentro e intorno alle attività economiche vere, sane, produttive.
Con Elisabetta Zamparutti e Rita Bernardini siamo andati a trovare Giuseppe Trichilo, calabrese, imprenditore da generazioni. C’era con noi anche Luigi Longo, un altro calabrese, imprenditore dato per morto e poi risorto, ma non per miracolo come Lazzaro: certo, per la sua innocenza, ma anche per la sua tenacia, la sua resistenza a un potere terribile, bifronte come Giano, quello dello Stato e quello dei suoi nemici, che vuole la Calabria una terra schiava e maledetta.Il capannone della fabbrica si erge maestoso nella nebbia della campagna:è un poliedro perfetto, scuro e monumentale come quelli dei paesi scandinavi immersi nel verde inpaesaggi di fiaba. Nello stabilimento si lavora soltanto, l’ordine regna sovrano, insieme alla legge. Tutto è pulito: le cose e le persone. Tutto è ben sistemato: il legno da una parte, la plastica da un’altra, il ferro da un’altra.
Non conoscevo nel dettaglio la storia di Pino, ma devo dire che la Calabria e i calabresi devono essere fieri della determinazione, della volontà e della visione che un imprenditore come lui ha incarnato in questa terra. Quando tutto sembrava congiurare contro di lui e contro la sua impresa, quasi a spingerlo ad abbandonarla, lui invece si è rialzato, si è raddrizzato, non si è piegato ai ricatti e ha detto: questa è la mia terra, qui voglio far vivere i miei figli e il lavoro che offre la mia impresa ad altri figli di questa terra. Pino ha sfidato i prepotenti del luogo, non solo la mafia, ma anche l’antimafia, quella fondata non sul diritto come voleva fosse Leonardo Sciascia, ma sulla terribilità delle pene, sulla giustizia che incute timore come la dea bendata con la bilancia in una mano e nell’altra la spada.Giuseppe Trichilo si è posto sempre dalla parte del diritto, anche quando lo Stato, che dovrebbe essere Stato di diritto, si è comportato con lui come uno Stato di torto.
Il 2010 è stato per Pinoun anno orribile. I torti arrecati a lui e alla sua famiglia sono stati devastanti. Anche quelli che gli ha riservato la cattiva sorte.Il padre e la sorella persero la vita in un orribile incidente stradale proprio davanti all’azienda in cui lavoravano. Dopo due mesi Pino è stato arrestato e con lui altre trecento persone sospettate di avere fatto affari con la ‘ndrangheta. L’operazione era stata denominata “Crimine”, un nome che racchiudeva in sé tutto il pregiudizio nei confronti degli accusati che, per gli accusatori, erano delinquenti da condannare e non presunti innocenti da giudicare. Dopo sei anni, fortunatamente, Pino ha trovato in Cassazione a Roma i famosi “giudici di Berlino” che hanno posto fine alla clamorosa ingiustizia annullando senza rinvio la sentenza di condanna. Assolto! Il fatto non sussiste!
Lo Stato di Torto aveva inferto però altre feriteal corpo di Pino già martoriato. Qualche anno prima, con la semplice pratica del copia-incolla del processo penale, il Tribunale di Reggio aveva ordito quello di prevenzione. Gli hanno sequestrato tutto il patrimonio: beni personali e aziendali, case, macchine, conti correnti. Gli indizi erano gli stessi che avevano portato all’arresto, gli stessi che hanno portato all’assoluzione.Il processo si concluse in primo grado con la confisca. Del resto, a emettere la confisca erano stati gli stessi giudici che prima avevano applicato il sequestro. Dopo appena venti mesi, gli amministratori giudiziari portarono i libri in Tribunale per la dichiarazione di fallimento. Quando glielo hanno restituito, il patrimonio dell’azienda di Giuseppe Trichilo consisteva in otto milioni di debiti.
La perdita del padre e della sorella è statauna tragedia personale ma anche una occasione di rinascita aziendale. Pino ha riunito la famiglia, ha detto ai suoi fratelli che per l’onore e la memoria del padre e della sorella bisognava continuare a far vivere il loro sogno di fare impresa, creare lavoro.Avvocati e consulenti consigliavano dispostarsi, andare al Nord, trasferire l’impresa lì, perché lì – gli dicevano – non avrai problemi. Perché le interdittive prefettizie, le misure di prevenzione antimafia, i sequestri e le confische, sono un problema che riguarda le terre del Sud. Come la Calabria che è stata trasformata nel banco di prova della lotta tra il bene e il male. Dove deve per forza esistere la mafia onnipresente per giustificare la presenza speculare di un’antimafia onnipotente. Si finisce così per alimentare una rappresentazione che non lascia spazio ad altro. Tutto è mafia e antimafia, in una guerra senza quartiere che lascia dietro di sé solo macerie.
Giuseppe Trichilo non ha accettato il ricatto di sottomettersi a queste logiche di potere. E la sua storia può essere di esempio anche per altri imprenditori che hanno subito gli stessi attacchi e che invece si sono arresi, si sono ritirati, hanno cambiato mestiere o si sono trasferiti altrove.La vicenda di Giuseppe Trichilo testimonia che qualcosa di diverso tra Stato e antistato esiste: è l’impresa sana, l’impresa produttiva, l’impresa legale.La tragedia di questa storia non riguarda solo la famiglia di Pino. Riguarda anche le famiglie dei suoi lavoratori. Perché dare lavoro in questa regione significa sottrarre giovani, ragazzi e famiglie intere alle logiche dell’illegalità. Ma per farlo bisogna poter lavorare.Se questa possibilità viene impedita, il danno va ben oltre la singola impresa.
Quando siamo andati, nella fabbrica di Pino non c’erano i sindacati, di solito sempre pronti a difendere il lavoro. C’eravamo noi, c’ero anche io e mi è parso di tornare indietro di mezzo secolo, al tempo delle fabbriche e delle assemblee operaie. Gli operai di Pino si sono stretti in cerchio davanti a noi, in silenzio, con gli occhi pieni di meraviglia e di commozione. Anche noi, commossi, guardiamo questa realtà, la meraviglia di questi capannoni, dei macchinari, del lavoro che si svolge. Basta uno sguardo per capire che qui c’è solo la volontà di lavorare e di creare lavoro.Io mi chiedo: chi indaga, viene a vedere? Vengono a toccare con mano i macchinari, i materiali, a guardare in faccia le persone?Come si può sospettare che qui ci sia qualcosa di diverso dalla volontà di costruire un futuro?Non è una messa in scena. Questa è una realtà viva, vera, produttiva.
Pino ha dovuto lottare contro poteri enormi: non solo le forze dell’ordine e la macchina giudiziaria, ma anche tutto ciò che ruota intorno a questo sistema di amministratori giudiziari, di banche, di procedure burocratiche. Ho voluto raccontare la storiadi Pino perché sia da esempio, ma anche perché dia conforto e coraggio ad altri imprenditori. Meriterebbe di essere conosciuta in tutto il Paese. Perché se venisse conosciuta davvero, forse, crollerebbe il mito della Calabria come terra perduta, terra di nessuno, terra maledetta, stretta nella morsa finta di mafia e antimafia.Questa invece è la Calabria vera: quella che lavora, che produce, che resiste. E la storia di Pino è una vittoria della Calabria autentica.E questo, forse, è il lieto fine.