di Antonino Napoli
Oggi ho trascorso la mattinata alla ricerca di un distributore nella Piana di Gioia Tauro che avesse gasolio da erogare. Una ricerca, purtroppo, che è figlia del tempo in cui viviamo.
In tarda mattinata, finalmente, una telefonata di un amico mi ha avvisato che c’era una pompa aperta e rifornita. Insieme a mia moglie, ciascuno alla guida della propria automobile, ci siamo diretti verso quel distributore. Il diesel in modalità self-service costava “solamente” 2,45 euro al litro.
Ho fatto il pieno a entrambe le automobili e, nel congedarmi, ho ringraziato il gestore con la gratitudine che si ha verso chi ti fa un favore. Eppure avevo semplicemente pagato, a un prezzo certamente considerevole, un bene di cui avevo bisogno.
È stato proprio quel sentimento, più ancora del prezzo, a farmi riflettere. Quando procurarsi il carburante diventa una piccola impresa e riuscire a fare rifornimento viene vissuto come un privilegio, significa che qualcosa sta cambiando nella normalità delle nostre abitudini.
Mi è tornato alla mente un ricordo d’infanzia. Usavo la bicicletta di mio padre, che mi raccontava di averla acquistata in un periodo in cui, in Italia, si andava in bicicletta perché le automobili non circolavano. Era il dicembre del 1973. La guerra del Kippur aveva innescato una grave crisi petrolifera e il governo guidato da Mariano Rumor aveva introdotto misure di austerità energetica. Le domeniche senza automobili e le limitazioni alla circolazione avevano restituito agli italiani un’immagine inconsueta delle proprie città e delle proprie strade.
Allora ero un bambino e quei racconti appartenevano a un mondo che non ricordavo. Oggi, mi accorgo che quella storia non è poi così lontana.
Le prime proteste degli autotrasportatori sono un segnale che non dovrebbe essere sottovalutato. Per chi trasporta merci, il carburante non è una spesa comprimibile senza conseguenze, ma una componente essenziale dell’attività. Quando il costo diventa insostenibile, a essere minacciata non è soltanto la redditività di un’impresa. È l’intera catena economica, dal produttore al commerciante, fino al consumatore finale. E se la protesta dovesse estendersi ad altre categorie, come è ragionevole temere, il disagio rischierebbe di assumere dimensioni ben più ampie.
Non basta, in questo contesto, osservare che in Germania il carburante costa quanto in Italia o persino di più. Il confronto tra i prezzi, isolato dal contesto, rischia di diventare un esercizio statistico privo di significato. Occorre rapportare il costo dei beni ai redditi di chi deve acquistarli.
Ricordo tanto tempo fa una vacanza ad Oslo. Li le sigarette, anche se io non ho mai fumato, costavano cinquemila lire, mentre in Italia costavano mille. La differenza era enorme, ma altrettanto diversa era la capacità di spesa dei cittadini norvegesi. Quel prezzo, rapportato ai loro stipendi, aveva un’incidenza assai minore rispetto a quella che avrebbe avuto sulle tasche di un lavoratore italiano.
È una distinzione elementare, eppure troppo spesso dimenticata nel dibattito pubblico. Il prezzo nominale di un bene non misura da solo il sacrificio necessario per acquistarlo. Due persone possono pagare la stessa cifra e sopportare un peso economico profondamente diverso. L’uguaglianza del prezzo non comporta l’uguaglianza delle condizioni.
Aristotele, riflettendo sulla giustizia, ci ha insegnato che trattare tutti allo stesso modo non è sempre sufficiente a realizzare l’equità. Occorre considerare le differenze concrete, perché è proprio nell’astrazione dai bisogni reali che l’uguaglianza rischia di trasformarsi in un principio soltanto formale.
Lo stesso vale per le politiche economiche. Non si tratta di invocare privilegi o di pretendere che ogni difficoltà venga risolta dall’intervento pubblico. Si tratta di comprendere che un aumento dei costi essenziali non colpisce tutti nella stessa misura e che le conseguenze di una crisi energetica possono diventare insostenibili per chi ha redditi modesti, per le piccole imprese e per chi non può fare a meno dell’automobile per lavorare.
La libertà, del resto, non consiste soltanto nella possibilità teorica di scegliere. Consiste anche nella disponibilità dei mezzi per esercitare quella scelta. Chi rinuncia a un viaggio per risparmiare compie una scelta consapevole. Chi rinuncia a raggiungere il posto di lavoro perché non può sostenere il costo del carburante subisce, invece, una limitazione ben diversa.
È qui che la questione economica diventa una questione sociale. E dovrebbe diventare anche una questione politica, nel senso più alto del termine, quello che richiama la responsabilità di governare i problemi della comunità senza ridurli a confronti numerici privi di contesto.
Rientrato in studio, prima di rimettermi a lavoro ho ripensato alla mia mattinata. Due automobili rifornite, una telefonata provvidenziale e un prezzo certamente eccessivo, oggi mi aveva illuso di essere stato fortunato.
Forse la vera preoccupazione è proprio questa. Ci stiamo abituando a considerare normali gli aumenti, le rinunce, le difficoltà della vita quotidiana. E, senza accorgercene, rischiamo di spostare sempre più in alto la soglia di ciò che riteniamo accettabile.
La storia del 1973 dovrebbe ricordarci che le crisi energetiche non sono soltanto una questione di approvvigionamenti, ma possono incidere profondamente sull’organizzazione della società e sulla vita delle persone. Non sappiamo se ci attenda una stagione simile a quella di allora. Sappiamo, però, che sarebbe imprudente ignorare i segnali di difficoltà che arrivano dal mondo del lavoro e dalle famiglie.
Questa mattina ho ringraziato un gestore per avermi venduto il gasolio a 2,45 euro al litro, un prezzo superiore a quello di mercato. Non era un benefattore e io non ero un privilegiato. Il gestore aveva ciò di cui avevo bisogno e l’ha venduto ad un prezzo superiore a quello di mercato.
È un piccolo episodio, forse trascurabile nella dimensione dei grandi avvenimenti internazionali, ma può essere, per me come per molti altri, l’inizio di uno stato di insoddisfazione più generale.



