Tra nemesi mediatica e il rigore del vero. Il caso Garlasco e la deriva patologica del sistema
Mag 23, 2026 - redazione
Di Antonino Napoli
Le recenti, convulse evoluzioni del delitto di Garlasco evocano lo spettro doloroso del sospetto che l’accertamento della verità penale non sia l’esito di un’indagine ortodossa, ma il frutto di omissioni che, a volte (e non sempre), si cerca di emendare solo quando il tempo ha ormai sbiadito i contorni della realtà storica. Per dirla con parole della madre di Alberto Stasi – “È sconvolgente quello che sta venendo fuori”– e ciò non può lasciare indifferente chiunque concepisca il diritto non come un mero esercizio di potere statuale, ma come un’alta espressione di civiltà e di tutela dell’uomo.
Se la Procura di Pavia, a distanza di quasi vent’anni, giunge a ridefinire radicalmente un quadro documentale che giaceva silente nei medesimi archivi dell’epoca, sorge l’interrogativo, di natura etica e ordinamentale, a chi giova una giustizia che giunge a scoppio ritardato, dopo aver consumato esistenze e cristallizzato certezze rivelatesi fragili?L’architettura del nostro processo penale, erede del rito accusatorio, si fonda su un principio cardine che troppo spesso viene smarrito nelle aule di tribunale e, ancor più drammaticamente, nei palinsesti televisivi, l’asimmetria delle parti deve comporsi nell’esclusiva ricerca della verità oggettiva.
Il Pubblico Ministero, e questa era una delle bandiere del NO al referendum, non è l’avvocato dell’accusa, bensì un organo di giustizia. Ai sensi dell’articolo 358 del codice di procedura penale, egli ha l’obbligo giuridico e morale di svolgere accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini.
Quando questo dovere viene meno, o quando si assiste a derive patologiche – come ad esempio nel caso delle dolorose censure emesse nella vicenda Eni-Nigeria, in cui è stata accertata l’omissione di atti favorevoli alla difesa –, l’intero edificio costituzionale vacilla. La selezione unilaterale della prova, finalizzata a puntellare un teorema preconcetto anziché a verificare la tenuta dell’ipotesi accusatoria, trasforma il processo da luogo di accertamento del vero a strumento di offesa.
L’errore giudiziario e la cecità degli inquisitori non sono mali della nostra epoca ma sono costanti antropologiche che la cultura classica e la storia del diritto hanno da sempre stigmatizzato come le più gravi forme di “hybris” (superbia) istituzionale.
Nel Processo a Socrate (399 a.C.) il filosofo fu condannato non sulla scorta di evidenze empiriche, ma sotto la spinta di un’opinione pubblica esacerbata e di un’accusa formale (l’introduzione di nuove divinità e la corruzione dei giovani) che celava un disegno politico preordinato. Fu il trionfo della suggestione collettiva sulle regole del giusto giudizio.
Nel Caso Jean Calas (1762), nella Tolosa del XVIII secolo, il commerciante ugonotto Jean Calas fu condannato alla ruota con l’accusa infondata di aver ucciso il figlio per impedirne la conversione al cattolicesimo. I magistrati, accecati dal pregiudizio confessionale, ignorarono le prove dell’innocenza e i palesi indizi di un suicidio. Fu lo scempio di questa vicenda che spinse Voltaire a redigere il fondamentale “Trattato sulla Tolleranza”, dimostrando come il fanatismo ideologico possa piegare la mano della giustizia.
Nell’Affaire Dreyfus (1894), infine, nella Francia della Terza Repubblica, il capitano Alfred Dreyfus fu condannato per alto tradimento sulla base di un documento contraffatto (il celebre bordereau). Anche quando emerse con solarità l’identità del vero colpevole, lo Stato Maggiore dell’esercito e la magistratura militare preferirono perseverare nell’errore e occultare le prove a favore dell’imputato pur di non ammettere il proprio fallimento e tutelare l’infallibilità del dogma istituzionale. Fu il trionfo dell’orgoglio d’apparato sulla verità.
Quando il processo devia dal suo alveo naturale, che è non solo il rispetto delle regole ma la ricerca attenta e senza pregiudizi della prova, non assistiamo soltanto alla sconfitta della difesa ma alla sconfitta dello Stato. Ogni qualvolta la verità processuale si divarica in modo macroscopico dalla verità storica a causa di negligenze, inefficienze o, peggio, calcoli utilitaristici, i cittadini arretrano, smarrendo la fiducia nell’imparzialità della magistratura.
Il recupero della credibilità del sistema giudiziario non passa attraverso la ricerca spasmodica di un colpevole a ogni costo, utile soltanto a placare la fame di certezze della piazza mediatica, ma attraverso il rigido, quotidiano e intransigente rispetto delle garanzie difensive. Le indagini si compiono per la giustizia, mai per la vittoria di una parte sull’altra. Solo riscoprendo questa radice profonda del diritto, l’ordinamento potrà preservare se stesso dalla barbarie del dubbio e dall’arbitrio dell’errore.




