Taurianova, la lettera piena di dolore di Sergio Carrozza che sta combattendo contro una terribile malattia ed escluso da un sostegno pubblico

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Mi chiamo Sergio Carrozza, vivo a Taurianova in provincia di Reggio Calabria, e da
anni combatto contro una gravissima forma tumorale che ha colpito pancreas e
fegato. Scrivere queste parole non è semplice, perché significa raccontare una realtà
fatta di dolore quotidiano, di paure continue e di sacrifici che spesso restano invisibili
agli occhi degli altri. Una malattia oncologica non distrugge soltanto il corpo: cambia
completamente la vita di una persona, incrina gli equilibri familiari, consuma le forze
psicologiche ed espone chi ne soffre a difficoltà economiche che diventano – col
tempo – quasi insostenibili. Nel mio caso, le terapie tradizionali non hanno dato i
risultati sperati e sono stato costretto a rivolgermi a strutture del Nord Italia per
intraprendere cure sperimentali. Questo ha significato viaggi continui, spese continue
ed enormi, periodi lontano da casa e dalla mia terra, oltre al peso emotivo che tutto
ciò comporta. Chi vive una situazione simile sa bene cosa significhi sentirsi sospesi,
vivere nell’incertezza e cercare ogni giorno di conservare un minimo di speranza. Per
questo motivo, apprendere della pubblicazione da parte della Regione Calabria del
bando con Avviso pubblico denominato “Un passo in più” mi ha provocato una
profonda amarezza. Si tratta di una misura finanziata attraverso il PR Calabria FESR
FSE+ 2021/2027, che prevede un sostegno economico rivolto esclusivamente alle
donne affette da patologie oncologiche e ai caregiver di familiari malati di tumore.
L’iniziativa viene presentata come uno strumento di inclusione sociale e di
rafforzamento dell’accesso ai servizi socio – sanitari, con una dotazione finanziaria
importante, pari a 2,5 milioni di euro. Eppure, dietro queste finalità condivisibili,
emerge una questione che non può essere ignorata: l’esclusione degli uomini malati
oncologici da tale forma di sostegno. Ed è proprio questo il punto che considero
profondamente ingiusto. Il tumore non guarda il sesso della persona che colpisce.
Non esiste un dolore maschile o un dolore femminile. La sofferenza, la paura, la
perdita della serenità, i problemi economici e il peso delle cure sono gli stessi per
tutti. Trovo difficile, per questa ragione, comprendere come sia possibile prevedere
un sostegno pubblico che – di fatto – distingue tra malati sulla base del genere e non
della gravità della condizione vissuta. Sento pertanto – da cittadino e, al contempo, da
malato – che una scelta di questo tipo rischia di entrare in contrasto con i principi più
elementari di uguaglianza e di tutela della dignità umana. La nostra Costituzione
afferma chiaramente che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge e che la salute
rappresenta un diritto fondamentale dell’individuo. Proprio per questo motivo,
escludere a priori uomini affetti da patologie oncologiche da un beneficio
assistenziale appare una disparità difficile da intendere e da accettare, soprattutto per
chi – come me – ogni giorno affronta cure pesanti e una condizione di estrema
fragilità. Non si tratta di mettere in discussione il sostegno alle donne – che,
senz’altro, resta assolutamente importante – né di creare contrapposizioni inutili. Il
punto è un altro: davanti alla malattia non dovrebbero esistere differenze di
trattamento che finiscono inevitabilmente per far sentire alcune persone meno tutelate
di altre. Ci sono tanti uomini che – come il sottoscritto – sono costretti a combattere
ogni giorno contro tumori devastanti, affrontando spese enormi, perdendo il lavoro o
vedendo peggiorare drasticamente la propria situazione economica e familiare. Molti
vivono tutto questo in un contegnoso silenzio, senza clamore, cercando
semplicemente di andare avanti giorno dopo giorno. Ignorare questa realtà significa
lasciare indietro una parte di cittadini che avrebbe lo stesso diritto di essere ascoltata
e sostenuta. Per tutto ciò sento dal profondo del mio animo di rivolgere un appello
alla Regione Calabria, affinché riconsideri i criteri previsti dall’Avviso “Un passo in
più”, estendendo l’accesso alle provvidenze economiche anche agli uomini affetti da
patologie oncologiche in condizioni di grave disagio sanitario ed economico. Perché
la dignità di una persona malata non può dipendere dal genere. E perché davanti al
dolore non dovrebbero mai esistere cittadini di serie A e cittadini di serie B. A tutto
questo si aggiunge un episodio che ben rappresenta la difficoltà concreta che molte
persone affette da gravi patologie oncologiche si trovano ad affrontare nell’accesso
tempestivo alle cure. Su indicazione urgente di specialisti che seguono il mio caso
presso un centro di riferimento del Nord Italia, è stato prescritto – a gennaio 2025 – un
esame PET da eseguire con la massima tempestività, necessario per il monitoraggio
della mia grave patologia tumorale. Mi sono attivato immediatamente per prenotare
l’esame in Calabria, utilizzando l’impegnativa specialistica. In presenza di una
condizione clinica indicata come urgente – da parte dei chirurghi di Padova – era
lecito attendersi tempi compatibili con la necessità diagnostica. Tuttavia, la prima
disponibilità comunicata risultava collocata a diversi mesi di distanza, vale a dire ad
aprile. Tale risposta ha generato una comprensibile condizione di smarrimento e forte
disagio. In situazioni oncologiche gravi, il tempo assume un valore determinante e
non può essere considerato una semplice variabile organizzativa: ritardi significativi
possono incidere profondamente sul percorso di cura e sulla serenità del paziente. È
stato quindi necessario confrontarsi nuovamente con i medici di Padova, i quali
hanno indicato l’opportunità di effettuare l’esame presso la loro struttura, dove è stato
possibile eseguirlo in tempi molto più rapidi, vale a dire nello spazio di soli cinque
giorni. Questa differenza evidenzia il divario esistente tra diverse realtà sanitarie e le
difficoltà che molti pazienti incontrano nell’ottenere prestazioni urgenti nei tempi
richiesti dalla loro condizione clinica. Tutto ciò appare profondamente problematico,
perché rischia di tradursi in un ulteriore carico di sofferenza per persone già provate
da patologie gravi, costrette talvolta a cercare fuori dalla propria regione ciò che
dovrebbe essere garantito in modo tempestivo e uniforme.