Di Giuseppe Terranova
C’è un filo profondo e resistente che lega il movimento della Piana di Gioia Tauro per la difesa dell’ospedale di Polistena, la battaglia della Valle dell’Esaro per la realizzazione dell’ospedale di comunità di San Marco Argentano , le battaglie del Vibonese e il movimento di San Giovanni in Fiore.
Un filo fatto di valori condivisi, di tensione civile ed etica, di autentica giustizia sociale.
Un filo che unisce una richiesta semplice e radicale: il diritto alla salute non può essere negato.
Polistena, Piana di Gioia Tauro, Valle dell’Esaro, Vibo , San Giovanni in Fiore.
Geograficamente lontani, ma nella realtà vicinissimi.
Figli della stessa madre. Facce della stessa medaglia.
Quattro punti di una regione non grande, variegata e complessa, difficile sotto molti punti di vista, ma ricca di potenzialità: risorse umane, ambientali e sociali indispensabili all’intero Paese.
Perché la Calabria è Italia e vuole esserlo pienamente.
Non deve essere una colpa vivere in questa terra.
Una terra ai margini dei grandi scenari economici.
Che conta poco. Spesso considerata il bancomat del Paese.
Un territorio di consumo, senza grande produzione economica o finanziaria.
Dove il numero complessivo degli abitanti è inferiore a molte grandi città italiane.
Eppure questa terra ha diritto a vivere.
Ha diritto a crescere, a svilupparsi, a contribuire.
Può essere utile all’Italia, nel Mediterraneo e nel mondo.
Sembra strano e paradossale, ma proprio a queste latitudini si possono creare nuove e positive relazioni tra il sud e il nord del pianeta.
Qui, la Politica vera può rivedere se stessa, assumendo la Calabria come laboratorio di rinnovamento positivo della funzione nazionale.
La Politica che ha la forza di alzare la testa e guardare oltre alla miseria del quotidiano.
Qui, la sanità non è solo un servizio che arretra: è un diritto sistematicamente negato.
Migliaia di persone rinunciano alle cure. Non perché non ne abbiano bisogno, ma perché mancano strutture, servizi territoriali e spesso anche i soldi per curarsi altrove.
Non c’è reale accesso alla sanità.
E quando il diritto alla cura viene negato, viene negato il diritto stesso alla vita.
Nella Valle dell’Esaro, accanto alla richiesta dell’ospedale di comunità — finanziato ma mai realizzato — si rivendica una sanità territoriale minima e decente, capace di dare certezze e sicurezza agli abitanti.
Nell’Alto e nel Basso Esaro, un infartuato o una persona in emergenza non può essere trattata con oltre un’ora di percorrenza verso Castrovillari o Cosenza.
Servono presidi adeguati.
Serve l’elisoccorso.
Serve una rete di emergenza efficace.
E tutto questo, purtroppo, nonostante la professionalità e la passione civile degli operatori del 118, che spesso operano in condizioni impossibili, dove non sempre ce la si fa.
Attorno a queste battaglie si è creato un movimento che va oltre appartenenze e steccati partitici.
Largo, trasversale, popolare.
Che mette al centro le persone, non le sigle.
Perché in gioco non ci sono interessi di parte:
in ballo c’è il diritto stesso a vivere e restare in questa terra, senza essere costretti a partire o a rinunciare alle cure.
È un pungolo propositivo, una spinta alle istituzioni, chiamate a rispettare il loro dovere: garantire a tutti eque possibilità di accesso alla salute.
Il tutto si inserisce in una realtà ancora più drammatica:
una terra con le più alte percentuali di disoccupazione.
Dove lo Stato è vinto dall’antistato.
Dove sta progressivamente arretrando dalle proprie funzioni fondamentali.
Dove prevale scientificamente e sistematicamente la logica del “tutto è male, sono tutti uguali”, dove di tutta l’erba si fa un fascio.
Si spara nel mucchio per evitare che emergano i problemi veri.
Per evitare che cambi qualcosa.
I servizi pubblici si restringono.
Le scuole chiudono.
La guardia medica scompare.
Le aree interne vengono progressivamente svuotate.
Così si produce spopolamento, si rompe il tessuto sociale e si nega futuro a intere comunità.
In questo contesto, fare Politica significa agire.
Significa rivendicare diritti collettivi, non trincerarsi dietro sigle per difendere interessi privati.
Significa avere il coraggio di scendere in campo, metterci la faccia.
Significa battersi per nuove e migliori condizioni di vita.
Significa creare unità, partecipazione diffusa e coscienza civile, soprattutto in una terra difficile come quella calabrese.
È per questo che sono impegnato a favorire la più ampia partecipazione e la totale condivisione, animato da un’unica convinzione:
fare Politica è rimuovere le disuguaglianze, superare le difficoltà e ambire a migliori condizioni di vita collettive.
Perché questi fermenti, queste rivendicazioni, questa idealità non chiedono posti di lavoro o favori personali.
Chiedono qualcosa di più alto e più importante: il diritto a vivere in questa terra.
Quattro punti, Quattro luoghi apparentemente lontani, ma mai così vicini.
Quattro luoghi che incarnano una Calabria che vuole vivere.
Una Calabria che non si rassegna all’abbandono.
Che trasforma protesta in progetto, marginalità in diritto.
Consapevole di essere parte integrante del Paese e determinata a costruire il proprio futuro.



