Rosarno, anticamente Medma, era già terra di uomini attenti alla cura del corpo, forse anche alle attività sportive e agli agoni, visti gli strigili ancora conservati presso il Museo Archeologico di Medma e nei suoi magazzini. E a far rivivere quegli echi di quotidianità atletica e agonistica sono anche gli uomini rosarnesi di oggi: sportivi ed eccellenze.
Una disamina importante quella che rappresenta oggi il rosarnese Arturo Messina, che al suo attivo ha un congruo numero di Titoli Professionali Sportivi: Gran Master 7° Dan 7 novembre 2025 dalla Erich fromm University State of Florida (USA) e dal San Paulo State Legislative Assembly BRASILE, Maestro Black Belt 7th Degree Karate Kempo International \Shotokan\Goju Ryu\Kickboxing, Membro I.A.K.S.A. Martial Arts DAL 1985/2000 e dal 2021/2024, Who’s Who in The Martial Arts Autobiography Book 2024 United State of Americ, Membro AMAA (American Martial Arts Alliance Of America), Membro PKA Wordwide News Events and Members (USA), Membro PKA Worldwide Lifetime Member (USA), Membro Of Italian Kobudo 2023, Inserito nel 16th edizione WorldWide Book Great Masters (Martial Arts Brasile), Responsabile Provinciale ACSI settore Kickboxing, Diploma Centro Nazionale Sportivo Libertas CONI Maestro° 7 Dan Karate, Diploma Nazionale Fitness Per Bambini, Diploma Nazionale Istruttore con Pesi e Sovraccarichi, Diploma Nazionale istruttore Fitness Per Il Dimagrimento, Diploma European ETSIA Master Fitness Level 4, Arbitro Nazionale Kickboxing\Karate in Many Federation Organization in 40 anni di attività, nonché anche Dottore in Economia Aziendale 110/110.
A piena ragione di una carriera così intensa, insignito più volte di Premi e degno di menzioni in Paesi d’oltre Oceano, abbiamo voluto conoscerlo meglio attraverso una ricca intervista.
Domanda: Quando è stata aperta la tua scuola di arti marziali?
Risposta: La mia scuola è stata aperta nello storico 2008.
Domanda: Quali sono le specialità praticate nel tuo dojo?
Risposta: Nel mio dojo si praticano: Kickboxing, Karate Full Contact Americano, Boxe, Karate (stile Shotokan), Lotta a Terra, Kobudo (lotta con armi), Difesa Personale.
Domanda: Da quanti anni pratichi lo sport delle arti marziali?
Risposta: Mi chiedi da quanto pratico, sono 40 anni. Quaranta anni che coincidono con quella che molti chiamano l’epoca d’oro delle arti marziali. Ma la tua domanda mi dà l’occasione per chiarire una cosa importante, che va ben oltre il conteggio degli anni. Io non pratico semplicemente uno sport da combattimento. Io vivo un’arte marziale. E la differenza non è solo nel nome. Lo sport da combattimento ha un obiettivo chiaro vincere entro un regolamento. Il ring, il tatami di gara, sono mondi delimitati. C’è un arbitro, ci sono regole, c’è un tempo. Il coach in questo contesto ha il compito nobile di formare un atleta vincente in quel quadro specifico. È una cosa bellissima, ma è un percorso che spesso finisce con il suono del gong. L’arte marziale, quella che si pratica nel dojo vero, mira a una preparazione diversa. Mira all’efficacia in un contesto senza regole la difesa personale nella vita reale, ma questo è il cuore di tutto, non si ferma lì. Il Maestro in un dojo tradizionale non forma solo un combattente. Forma un uomo, una donna. Nel mio dojo, oltre alle tecniche, si imparano e si rispettano regole che non sono scritte su un cartellone: Disciplina interiore, non imposizione. Onestà con sé stessi e con gli altri. Umiltà. L’arrogante e il presuntuoso qui non hanno posto. Rispetto per tutti, soprattutto per chi è più debole.
Queste non sono frasi belle. Sono condizioni. Se un allievo non vive secondo questi principi, il dojo non è il luogo per lui. E non sono io a doverlo cacciare. È lui che, cercando la via più facile, l’ego che grida, se ne va da solo. La porta è sempre aperta in entrambe le direzioni. Il coach ti forma per la gara. Il Maestro, se accetti il suo cammino, ti forma per la vita. Le regole del dojo le porti a casa, al lavoro, nelle tue relazioni. Diventano la tua etica. Quindi, per risponderti sono 40 anni di arte marziale, non solo di sport; sono 40 anni in cui cerco di essere, prima di tutto, un uomo migliore, e di aiutare i miei allievi a esserlo a loro volta. Questa è la Via (Do). Tutto il resto è solo combattimento. La differenza tra uno sport da combattimento e un’arte marziale è che il primo è come guidare un kart in pista, mentre la seconda è come guidare un’auto vera nel traffico.
Domanda: Quali competizioni che hai affrontato personalmente ti hanno dato maggiori soddisfazioni?
Risposta: Quando penso al picco della mia carriera agonistica, la mente non va a un trofeo lucido, ma all’odore del legno e del sudore. Sì, perchè il mio primo dojo era fatto di legno, non era studiato per essere comodo era studiato per essere efficiente. Gli anni ’80 e ’90 furono l’epoca d’oro delle arti marziali. Non era per tutti. Si entrava in quel mondo per passione pura, quasi per vocazione. Il livello tecnico era altissimo, perché non c’erano scorciatoie: solo tanto, tantissimo sudore, ripetizione, sacrificio e lo studio quasi filosofico di una disciplina. Oggi, lo dico con rammarico ma senza astio, il livello medio si è abbassato notevolmente. I titoli e le cinture a volte si moltiplicano più velocemente delle competenze vere. Allora, invece, un ‘campione’ era semplicemente il più forte, il più preparato, il più tenace in quel giorno, in quel dojo. Tra tutte le gare, una è incisa a fuoco nella mia memoria: il Campionato Nazionale Interfederale Interstile. Non era una semplice gara di Kickboxing. Era un crogiuolo di stili, una rara occasione in cui mondi, che di solito si guardavano in cagnesco, si sfidavano sul stesso tatami. C’erano i karateka duri e lineari, i kickboxer esplosivi e potenti, i taekwondoka acrobatici e veloci, i praticanti di kung fu. Era un caos bellissimo. Nessuno sapeva esattamente cosa aspettarsi dall’avversario successivo. Fu una battaglia epica, non solo fisica ma mentale. Vincerla non significava solo essere il migliore in una disciplina, ma dimostrare di avere cuore, adattabilità e quella che noi chiamavamo ‘l’arte marziale dentro’, al di là dello stile. Quel trofeo, forse meno appariscente di altri, è per me il più vero. Rappresenta l’essenza di quell’epoca d’oro: coraggio, rispetto per lo stile dell’altro, e una ricerca della purezza del combattimento che forse, temo, si è un po’ persa per strada. A tutti i ragazzi di oggi dico: studiate la storia. Cercate i filmati di quegli anni. Capirete da dove veniamo e, forse, dove potremmo tornare. Mi mancano tanto.
Domanda: Qual è la sfida più importante la tua scuola ha dovuto affrontare?
Risposta: La sfida cui la mia scuola è più affezionata è senza dubbio il nostro primo Campionato Mondiale nel 2018. Quell’anno rappresentò il culmine di un percorso incredibile. Ci eravamo allenati con una dedizione fuori dal comune, spinti dalla voglia di metterci alla prova sulla scena più grande. La gratificazione più grande, però, non venne solo dal risultato finale, ma dal percorso: vincemmo tutte le tappe di qualificazione, costruendo passo dopo passo una fiducia e un’intesa formidabili come squadra. Il Mondiale fu la prova di fuoco. E lì, tra le emozioni e la tensione, raccogliemmo il frutto di tutti quei sacrifici, portammo a casa ben 5 medaglie mondiali. Quella esperienza fu più di una semplice vittoria. Fu la conferma che il duro lavoro, l’unione e la passione possono davvero portare ai traguardi più alti. Rimane per tutti noi il ricordo più bello e gratificante, il momento in cui abbiamo capito chi eravamo e di cosa eravamo capaci “insieme”.
Domanda: Hai in programma quali altri competizioni agonistiche?
Risposta: Come ogni anno ci prepariamo sempre per le gare interregionali, nazionali, e mondiali che ci saranno nell’anno.
Domanda: Progetti futuri?
Risposta: Uno dei progetti futuri è certamente ampliare la sede, sognare una palestra più grande, con spazi dedicati ad area agonistica, area fitness, e anche una sala riunioni per offrire un servizio migliore. Inoltre, vorrei creare un’Accademia per Allenatori, formalizzare un percorso per formare i futuri istruttori della scuola, garantendo continuità e alti standard tecnici. Il nostro dojo deve essere più di un luogo dove allenarsi, stiamo lavorando per farlo diventare un punto di riferimento, dove si trasmettono tecnica, valori e passione. Il prossimo passo? Formare i nostri stessi istruttori, per scrivere insieme i prossimi capitoli di questa storia.
Domanda: Potresti quantificare il numero di atleti e atlete in questi anni:
Risposta: Difficile rispondere, tanti ma non tantissimi oggi i giovani sono attratti da mille distrazioni, altre discipline marziali, il calcio, i videogiochi, o semplicemente la pigrizia. Spesso arrivano in palestra in condizioni fisiche deboli, spesso viziati da genitori iperprotettivi oppure mollano per la disciplina nel mio dojo. Le atlete, però, sono un’eccezione positiva, negli ultimi cinque anni il loro numero è quasi raddoppiato. Per loro questo sport sembra rispondere a un bisogno profondo, un interesse autentico che le spinge ad avvicinarsi con determinazione.
Domanda: Come potresti definire a modo tuo l’arte marziale?
Risposta: In parte ti ho risposto prima della differenza tra sport da combattimento e arte marziale il mio stile nel Dojo le abbraccia entrambi. Le arti marziali resistono come una delle poche palestre per la formazione del carattere. Non si tratta solo di imparare tecniche di combattimento, qui si forgiano disciplina, rispetto e capacità di reagire alle difficoltà. La prima lezione che si impara sul tatami è semplice: senza costanza non si ottiene nulla. Per padroneggiare una tecnica occorre ripeterla centinaia di volte. Questa abitudine alla perseveranza si trasferisce poi nello studio, nel lavoro, nella vita quotidiana. Chi pratica impara ad affrontare gli ostacoli con pazienza, senza cercare scorciatoie.
Il rispetto è un altro pilastro. Si inizia e si finisce sempre con un saluto, verso il maestro, verso i compagni, verso il luogo di allenamento. Questa forma di educazione non è solo rituale, insegna a riconoscere il valore degli altri e delle regole, anche quando si è sotto pressione. In più, le arti marziali obbligano a gestire lo stress. Durante un combattimento o un esame, non si può fuggire bisogna rimanere concentrati, controllare le emozioni, prendere decisioni rapide. Questa capacità di mantenere la calma nel caos è un’abilità che serve anche fuori dalla palestra, in un’interrogazione a scuola, durante una riunione importante, in una discussione accesa. Infine, c’è l’aspetto della resilienza. Negli sport marziali si cade, si perde, ci si scontra con i propri limiti. Ma ogni volta ci si rialza, si analizza l’errore e si riprova. È un allenamento mentale che prepara ad affrontare le sconfitte della vita senza abbattersi. In sintesi, le arti marziali sono un investimento sulla persona. Più che muscoli, costruiscono carattere. E in un mondo che cambia veloce, avere solide fondamenta interiori può fare la differenza.
Caterina Restuccia




