Referendum, nessun parallelismo con le ingiuste detenzioni e la responsabilità dei magistrati

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Di Antonino Napoli

Sono per il Sì al Referendum ma non condivido il parallelismo che viene fatto, da parte di alcuni del Sì, tra il referendum e le ingiuste detenzioni; agitati, a volte, come se fossero connessi in ragione del principio -errato- che votando Si verrebbero ridotte.

Il processo penale ha già i suoi anticorpi: tre gradi di giudizio, il riesame, la Cassazione. Non sono orpelli, ma strumenti fisiologici per correggere gli errori. Pretendere che ogni esito cautelare non seguito da condanna diventi automaticamente indice di responsabilità del giudice significa negare la natura stessa del giudicare, che non è una scienza esatta. Il giudice non è un medico e il diritto non è la medicina: non esiste una diagnosi infallibile, ma una valutazione fondata su elementi disponibili in un determinato momento.

Perché vi sia responsabilità, il nostro ordinamento richiede qualcosa di più dell’errore: la colpa grave o il dolo (L. 117/1988, modificata dalla L. 18/2015). È una soglia alta, voluta, che tutela l’indipendenza della funzione giurisdizionale evitando che il giudice operi sotto la minaccia costante della sanzione personale.

Il punto è che il dibattito politico — spesso semplificato fino alla caricatura — ignora questa fisiologia. Si invoca responsabilità come se fosse uno slogan, ma si dimentica che un sistema troppo esposto alla punizione del giudice rischia di produrre decisioni difensive, non più giuste.

E c’è una contraddizione evidente: mentre si chiede più severità verso i magistrati, le recenti riforme in materia di responsabilità medica e di abuso d’ufficio hanno seguito la direzione opposta, restringendo gli ambiti di punibilità. Segno che, quando si tratta di altre funzioni, si riconosce il valore di margini di discrezionalità e di protezione dall’errore.

Forse il problema non è la mancanza di responsabilità, ma l’uso improprio del tema per fini di consenso. E, così facendo, si finisce per confondere i cittadini più che per aiutarli a comprendere.

Se si fosse voluto davvero ridurre le ingiuste detenzioni il governo avrebbe dovuto agire legislativamente sugli articoli 273, 274 e 275 del codice di procedura penale, ma non lo ha fatto. E questa è un’altra storia…