«Non hai promosso mio figlio? Chiudi l’autoscuola»: l’ombra del potere mafioso su Melicucco

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«Non hai promosso mio figlio? Chiudi l’autoscuola»: l’ombra del potere mafioso su Melicucco

Minacce, violenza e ritorsioni per un esame di patente: nell’ordinanza emerge un episodio che, secondo l’accusa, racconta il controllo esercitato dalla famiglia su un’attività del territorio.
Un esame di patente non superato avrebbe fatto scattare una pesante reazione. È uno degli episodi descritti nell’ordinanza giudiziaria che ricostruisce, secondo l’accusa, le modalità con cui una famiglia avrebbe esercitato il proprio potere sul territorio di Melicucco.
Il caso riguarda Rosario Costa, detto “Angelo”, che non avrebbe superato gli esami alla scuola guida. La mancata promozione, secondo quanto contestato dagli inquirenti, avrebbe avuto conseguenze ben più gravi di una semplice bocciatura.
Nel mirino sarebbe finito il titolare dell’autoscuola, Vincenzo Bitonti, accusato di essere stato sottoposto a pressioni e violenze affinché chiudesse la propria attività.
Nell’ordinanza, i pubblici ministeri prospettano infatti — secondo la ricostruzione riportata dagli atti — gravi ritorsioni nel caso in cui la richiesta non fosse stata accolta. Tra le minacce contestate ci sarebbe anche quella di incendiare la sede dell’autoscuola, con l’intenzione di colpire il titolare e i familiari che vi lavoravano.
Ma non solo minacce. Gli investigatori contestano anche un episodio di violenza fisica: Bitonti sarebbe stato colpito al volto, in una condotta che, secondo l’accusa, avrebbe avuto come obiettivo quello di punirlo per non aver consentito a Rosario Costa di superare l’esame e, successivamente, per la vicenda riguardante Carmelo Costa, figlio di Rosario, anch’egli alle prese con il conseguimento della patente.
La richiesta sarebbe stata perentoria: chiudere l’autoscuola e lasciare il territorio di Melicucco.
È proprio questo passaggio a rendere l’episodio particolarmente significativo nella ricostruzione degli inquirenti. Non si sarebbe trattato soltanto di ottenere un risultato personale, ma — secondo l’accusa — di imporre a un’attività economica una precisa decisione attraverso intimidazioni e violenza.
Una vicenda che, se confermata nelle sedi giudiziarie, restituisce l’immagine di un controllo del territorio esercitato anche attraverso episodi apparentemente ordinari, come un esame per la patente, trasformati in occasioni di pressione e intimidazione.
Un esame non superato, dunque, sarebbe diventato il pretesto per una vicenda molto più ampia: quella del potere, delle minacce e del controllo che gli inquirenti contestano alla famiglia di Melicucco.