Mercosur e agricoltura calabrese: territori da difendere, non da abbandonare
Gen 16, 2026 - redazione
di Claudio Maria Ciacci
Il dibattito sull’accordo commerciale tra Unione Europea e Mercosur continua a muoversi su un piano astratto, fatto di percentuali e scambi globali. Ma in Calabria questo accordo ha un significato molto più concreto, riguarda la tenuta dei territori, la sopravvivenza delle comunità rurali e l’equilibrio ambientale di una regione già fragile.
Ignorare tutto questo significa non vedere il rischio più grande, la desertificazione economica e umana di vaste aree interne, che senza agricoltura diventano inevitabilmente terre abbandonate.
L’agricoltura calabrese non è un sistema industriale. È fatta di piccole aziende, di lavoro familiare, di coltivazioni che spesso resistono più per attaccamento alla terra che per reale convenienza economica. Ma proprio questa agricoltura svolge una funzione che va ben oltre il reddito: mantiene vivi i territori.
Dove si coltiva, dove si pota un ulivo, dove si vendemmia, il territorio è curato, controllato, difeso. Dove l’agricoltura scompare, avanzano l’abbandono, il dissesto idrogeologico, gli incendi, la perdita irreversibile di paesaggio e identità.
Un accordo commerciale che mette sotto pressione queste realtà non produce sviluppo: accelera lo spopolamento.
L’olivicoltura calabrese è uno degli esempi più evidenti di questa funzione territoriale. Dalla Piana di Gioia Tauro alla Locride, dalla Valle del Crati al Marchesato crotonese, fino alle colline del Catanzarese, gli uliveti non sono solo produzioni agricole, ma barriere naturali contro l’erosione e l’abbandono.
In questo quadro si colloca anche Belcastro, territorio che da sempre esprime una profonda vocazione olivicola. Gli uliveti modellano il paesaggio e i frantoi del territorio rappresentano un presidio economico e culturale, capaci di trasformare olive locali in olio di alta qualità, frutto di saperi antichi e di un rapporto diretto con la terra.
Svalutare questa produzione attraverso una concorrenza fondata solo sul prezzo significa non solo colpire un settore economico, ma indebolire un equilibrio ambientale costruito in decenni.
Lo stesso vale per il vino, che in Calabria è legato a territori ben definiti: Cirò e Cirò Marina, la Valle del Crati, il Pollino, le aree interne del Cosentino e del Catanzarese. Qui il vigneto non è una monocultura intensiva, ma parte integrante del paesaggio rurale.
Difendere queste produzioni significa difendere un modello agricolo che, pur con tutti i suoi limiti, preserva biodiversità, suolo e identità.
Le clementine della Piana di Sibari, il bergamotto della fascia ionica reggina, le produzioni ortofrutticole costiere sono filiere che vivono di equilibri delicati. Basta poco per farle saltare. E quando saltano, il territorio resta nudo, senza alternative.
In questo scenario, la Politica Agricola Comune non è un dettaglio tecnico. È uno degli ultimi argini contro l’abbandono delle campagne.
Per la Calabria la PAC serve a: mantenere attive le aziende nelle aree interne, compensare i maggiori costi di produzione,
garantire una presenza umana stabile sul territorio, preservare equilibri ambientali che altrimenti verrebbero meno.
Ridurre o indebolire la PAC mentre si aprono i mercati a produzioni ottenute con regole diverse significa spingere interi territori verso lo spopolamento definitivo.
Già nei primi anni Ottanta, un parlamentare calabrese ebbe la lucidità di presentare un disegno di legge volto alla salvaguardia del patrimonio naturale e dei territori, anticipando temi che oggi vengono riscoperti come emergenze: tutela ambientale, equilibrio tra uomo e natura, difesa delle aree interne.
Quella visione riconosceva un fatto semplice ma spesso rimosso: senza l’uomo che lavora la terra, il territorio non si salva. L’ecologia non è solo vincolo, è presenza responsabile.
L’agricoltura calabrese dimostra che non esiste sviluppo senza radicamento. Un accordo come il Mercosur può essere discusso solo a una condizione: che non diventi l’ennesimo passaggio che favorisce i grandi numeri e sacrifica i territori.
Servono reciprocità reale degli standard,
clausole di salvaguardia immediate, una PAC forte e mirata, il riconoscimento del valore ambientale dell’agricoltura.
Difendere l’agricoltura calabrese non è nostalgia, né protezionismo. È una scelta di responsabilità.
Perché dove l’agricoltura viene abbandonata, non arriva il progresso: arrivano il vuoto, l’incuria e il silenzio.
E un territorio che si spopola, prima o poi, diventa irreversibile.



