Di Oreste Romeo
Se alla consultazione referendaria bisogna proprio dare una connotazione politica, il dato di partenza è quello che ha vistoReggio e la quasi totalità della Città metropolitana esprimersinettamente a favore del SI, dopo essere state, negli anni,profondamente provate dagli eccessi del giustizialismo su base carrieristica che ha prodotto indiscriminati scioglimenti dei consigli comunali, illegittimi sequestri di aziende e l’imponente, inarrestabile esodo dei nostri giovani, causa della desertificazione della comunità reggina che oggi viene comunemente riconosciuta,su scala nazionale ed internazionale, in virtù dello stigma, odioso quanto fallace, impresso da autoreferenziali narratori ufficiali.
Tuttavia, come normalmente accade, anche nel territorio metropolitano si sono registrate isolate eccezioni che si spieganoponendosi un semplice interrogativo.
Può destare sorpresa che l’urna referendaria, in una Locride«forte» di ben due assessori regionali e della presidenza del consiglio regionale, abbia consegnato un dato negativo a chi vedeva nella Riforma l’irripetibile occasione di modernizzare un assetto costituzionale appesantito e logorato nei decenni dalla deriva correntizia che ha inciso su credibilità ed immagine della magistratura?
È a dir nulla clamorosa, la bastonata ricevuta dal SI nella città di Locri, il cui Sindaco, al secondo mandato, è fraterno amico, collega di partito ed espressione del riconfermato assessore regionale di FdI; quest’ultimo, come è noto, non ha mai fatto mistero di un anacronistico provincialismo che lo porta a subire il fascino di Vibo a discapito della più importante città della Calabria, da lui sempre guardata con malcelata diffidenza.
Se il NO ha stravinto con il 54,44% a Locri, cioè a casa di uno dei più visibili epigoni territoriali del partito della Presidente Meloni, non può farsi a meno di rilevare il perfetto allineamento di tale dato con quello di Catanzaro, roccaforte della coordinatrice regionale di FdI, la quale, da sottosegretaria agli Interni, ha saputo bissare ed amplificare, in meno di sei mesi, il già pesantissimo e sottovalutato insuccesso delle regionali 2025.
E, dunque, il 23 marzo 2026 ha confermato che magna pars della classe «dirigente» metropolitana del partito della Premier continua sistematicamente a tradire Reggio ed il territorio provinciale, continuando a porsi, organicamente e con rassegnazione, al servizio della malcelata idea di ripristinare il perverso e storico asse Catanzaro-Cosenza, con il risultato di offrire prova tangibile di irreversibile inadeguatezza, ancorchèricambiata con miracolose scalate di posizioni di rilievo all’ombra del consenso popolare che continua ad assistere la leader nazionale.
Lungi dal potersi ritenere compiuta una rivitalizzante inversione di rotta con l’accantonamento della Santanchè o di un qualunque Delmastro, lo scenario è mutato e postula profonde riflessioni ed indifferibili interventi anche e soprattutto alle nostre latitudini, dove sono palesi le inconfessate ragioni che, a Reggio ed in Calabria, hanno favorito il carrierismo di un manipolo di caporali nel tempo dimostratisi sacerdoti e vestali del diktat catanzarese generato dal mantra di un mai sopito, vile rancore nutrito verso chi ha pagato sulla propria pelle la fedeltà ai valori della Destra, dopo averli onorati con lo stesso, irriducibile amore nutrito verso la propria terra, regalandole una stagione irripetibile ed una considerazione generale di autentica ammirazione.
Il risultato locrese è vieppiù allarmante alla luce abbagliante della scarsa affluenza al voto, definitiva ed eloquente conferma della distanza che separa i ruoli istituzionali dalla seria assunzione di responsabilità verso le specifiche istanze provenienti da unterritorio dilaniato da un malinteso senso di legalità parolaia che nel tempo ha saputo mietere vittime incolpevoli e produrre carriere fulminanti.
Questi lussi, la Premier Meloni, non può più permetterseli, soprattutto lì dove sembra profilarsi una insopprimibile necessità di ripartire con rinnovato vigore, quando non un ritorno al voto in tempi decisamente brevi.
Altra, significativa eccezione referendaria nel territorio reggino è Caulonia, nobile cittadina dell’alto Jonio reggino che ha dato i natali al giovane forzista Presidente del Consiglio Regionale, sei mesi orsono campionissimo di preferenze: il SI ha riportato 1141 voti contro i 1391 accordati al NO.
Nonostante fosse stata proprio Forza Italia a spingere in direzione della Riforma, a Caulonia sono evidenti i persistenti limiti della rappresentanza politica, essendo di tutta consistenza l’impegno profuso davanti alla prospettiva di un successo personale, salvo rivelarsi evanescente ed impalpabile lì dove si tratti di tutelare un aspetto fondamentale della vita dell’Uomo con l’avvio di un percorso riformatore in termini di servizio, efficienza e modernità.
E allora, la fotografia più fedele della rovinosa disfatta della politica l’ha scattata l’indiscusso trionfatore della recentissima tornata, ovverosia il magistrato di origini joniche, frontman del NO: dopo avere prodotto slogan e proclami privi di aggancio con il reale contenuto della Riforma, all’indomani della vittoria egli ha passeggiato sul cadavere di un ceto politico approssimativo volgendo lo sguardo in direzione della asserita necessità, da soddisfare nell’immediato futuro, che «le correnti la smettano con i giochi di potere».
Adesso sta a Giorgia Meloni dirci se moriremo tutti democristiani!




