l’arresto pilotato del carabinieri Cardamone, ecco la verità nascosta dietro una telecamera, 3 maggio 2021, ore 03,45
Mar 09, 2026 - redazione
RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO
La verità nascosta dietro una telecamera
3 Maggio 2021 – ore 03:45
Sono stato coinvolto, come ormai molti sanno, nell’operazione denominata Alibante.
Un’inchiesta che ancora oggi, si trova nella fase dibattimentale del giudizio di primo grado.
Ho scelto di restare in silenzio per anni, rispettando la giustizia e i suoi tempi.
Ma oggi, a distanza di cinque anni, ho deciso di metterci la faccia.
Di raccontare la mia verità, con rispetto per le istituzioni e per chi ogni giorno lavora per difendere la legge.
Era il 3 maggio 2021, alle 3:45 del mattino.
Da quell’istante, la mia vita cambiò per sempre.
Mi veniva notificata un’ordinanza cautelare per il reato di rivelazione di segreto d’ufficio aggravato dal metodo mafioso.
Tutto nasce da un episodio tecnico, da un dettaglio che nel tempo è diventato il simbolo di un enorme travisamento: la telecamera identificata come RIT 15/18.
Quella telecamera era un servizio investigativo regolarmente autorizzato, installato per monitorare un distributore di carburante sulla statale 18 nel Comune di Falerna.
Un’attività di polizia giudiziaria, programmata e tracciata passo dopo passo.
Ogni installazione di questo tipo viene autorizzata dal Pubblico Ministero, rinnovata di volta in volta per periodi di quindici giorni, e ogni fase è accompagnata da verbali ufficiali.
Ecco cosa dicono i documenti ufficiali:
– Il 6 febbraio 2018, la Procura Distrettuale Antimafia di Catanzaro autorizza il Servizio Speciale n. 15/18 per installare una telecamera occulta per monitorare il distributore Esso sito nel comune di Falerna.
– Il 16 febbraio 2018, la società incaricata, insieme al personale del Nucleo Investigativo, installa l’apparato e avvia le riprese alle ore 10:00.
– L’11 luglio 2018, con verbale redatto da militari del Nucleo Investigativo, si procede alla disinstallazione della telecamera e alla chiusura del servizio alle ore 24:00 del 10 luglio 2018.
– Nel giugno 2019, la società RCS deposita i dischi con tutte le registrazioni e la relativa fattura, specificando una durata di 145 giorni esatti, dal 16 febbraio al 10 luglio 2018.
– Il 15 luglio 2019, la Procura DDA di Catanzaro liquida la prestazione.
Tutto perfettamente regolare, tutto tracciato.
Eppure, qualcosa di inspiegabile accade.
Nell’ordinanza cautelare, infatti, si legge che in data 11 novembre 2018 sarebbe stato certificato un danneggiamento a mezzo incendio doloso della telecamera RIT 15/18.
Ma quella telecamera, al momento di quel presunto incendio, non esisteva più.
Era stata smontata e disinstallata quattro mesi prima, cioè in data 10 luglio 2018.
Nessun impianto tecnico danneggiato a mezzo incendio, nessun sistema di videosorveglianza attivo, e nessuna divulgazione di notizie, poiché la telecamera occulta non era mai stata trovata.
Una circostanza chiara, verificabile, eppure mai considerata nella ricostruzione originaria.
Da quell’episodio, definito come incendio doloso, nacque un intero impianto accusatorio basato su un presupposto che i documenti tecnici oggi smentiscono in modo netto.
Perché se la telecamera era già stata rimossa, non poteva essere oggetto di alcun danneggiamento.
E questa, semplicemente, è la verità.
Io non cerco colpevoli, non porto rancore.
Ma credo che la verità, quando emerge con chiarezza, debba essere accolta con onestà.
Perché gli errori possono accadere, ma ciò che conta è avere il coraggio di riconoscerli.
È così che si difendono davvero le istituzioni.
Io sono e resto un Carabiniere.
E so che l’Arma dei Carabinieri è una delle istituzioni più rispettate e amate d’Italia.
Va tutelata, va onorata, e va difesa.
Io continuerò a difenderla, come ho sempre fatto.
Ma chi opera in suo nome, deve farlo con lo stesso spirito: quello della verità e della responsabilità.”
Difendere l’Arma non significa nascondere gli errori, ma riconoscerli e correggerli.
Solo così si rafforza la fiducia dei cittadini, solo così la giustizia diventa più solida.
E allora lo dico con rispetto ma con fermezza:
se in questa vicenda c’è stato un errore lo voglio chiamare così, un errore bisogna avere il coraggio di ammetterlo.
Per il bene dell’Arma, per il bene della Magistratura, e per il bene della verità.
Perché solo ammettendo gli errori, la giustizia può davvero crescere.
E solo così possiamo continuare, tutti insieme, a servire lo Stato con dignità.
Voglio concludere con una riflessione personale.
Ecco uno dei motivi per cui voterò SÌ al referendum sulla giustizia.
Un dato su tutti: la telecamera in questione non è mai stata ritrovata e non è mai stata danneggiata a mezzo incendio doloso.
E allora la domanda nasce spontanea.
Chi ha portato fuori strada il Giudice per le Indagini Preliminari?
Qualcuno ha forse portato fuori strada anche il Pubblico Ministero?
Oppure si è trattato semplicemente di un errore umano?
È stato un errore di ricostruzione?
Una svista investigativa?
O c’è stato qualcosa di più grave?
Io non accuso nessuno e non cerco colpevoli a tutti i costi.
Ma una cosa la so con certezza: la verità deve essere accertata fino in fondo.
Perché quando una ricostruzione dei fatti si rivela diversa da quella realmente accaduta, è giusto chiedersi come sia potuto succedere.
Io continuerò a lottare fino alla fine per arrivare alla verità e ottenere giustizia.
Lo farò sempre con rispetto verso le istituzioni, verso la magistratura inquirente e giudicante, e verso lo Stato che ho servito e continuo a servire.
Ma allo stesso tempo combatterò con determinazione per sapere come sia stata costruita una ricostruzione che oggi appare completamente diversa dai fatti documentati.
Perché la verità non indebolisce lo Stato.
La verità rafforza lo Stato.
E io continuerò a cercarla, fino in fondo.




