La Toga e l’Ombra

Quando l’interpretazione diventa arbitrio e il diritto smarrisce la sua voce nelle riflessioni dello scrittore Giovanni Cardona
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Tutto il mondo giuridico degli esseri umani si fonda sulla tripartizione basica scandita da Montesquieu: potere legislativo, potere esecutivo e potere giudiziario. Da tale assunto discende che ai Magistrati e agli Avvocati non sono conferiti diritti e poteri, ma esclusivamente doveri e funzioni; i diritti appartengono soltanto ai cittadini, come ricordava anche Beccaria quando ammoniva che ogni potere pubblico è legittimo solo se esercitato in nome della collettività e mai per vantaggio di chi lo detiene. L’unico punto apparentemente meno schematico è la possibilità – ergo il dovere – di interpretare la legge, col solo limite del brocardo “in claris non fit interpretatio”, principio che già i giuristi romani consideravano un baluardo contro l’arbitrio, poiché la chiarezza del testo normativo non ammette deviazioni ermeneutiche.

Eppure, noi operatori del diritto, nutriti da idee che vorremmo adamantine, stiamo vivendo un’epoca illogica, nella quale la confusione interpretativa rasenta il limite aberrante dell’insensatezza. Sembra di assistere a ciò che Platone temeva nella Repubblica, quando descriveva la degenerazione della democrazia in un caos di opinioni, dove la legge, da guida razionale, si trasforma in un fragile paravento dietro cui si muovono interessi mutevoli e spesso inconfessabili. Si dovrebbe ripartire dall’assunto costituzionale, tramandatoci dal sangue delle storiche conquiste civili, laddove il Legislatore, il Magistrato e il Governo vengono chiamati a svolgere funzioni ispirate non dal consenso popolare inteso come volubile applauso, sempre più defraudato da una insipiente volontà di casta o di loggia, bensì dalla responsabilizzante egida oggettiva dei bisogni. È il monito di Cicerone: salus populi suprema lex esto, non la salvezza di gruppi, corporazioni o cerchie ristrette.

Solo con un sistema governato da saggi – come auspicava Confucio, secondo cui il buon governo nasce dall’esempio morale e non dalla forza – si potrebbe aspirare a risalire la china. La toga non costituisce solo un capo di abbigliamento: essa è simbolo, rito, memoria. L’enfatizzazione arcaica che avalla tale assunto si scontra oggi con il palese svilimento del concetto di dignità e con l’ampolloso e mendace leitmotiv della difesa della libertà del cittadino, spesso evocata come formula vuota, simile a quelle “parole logore” che Calamandrei denunciava quando parlava della Costituzione tradita nei fatti. In un Paese moderno, civile e democratico, la toga indossata dai Magistrati e dagli Avvocati rappresenta la Giustizia, il Diritto, e non silenti confraternite avocate alla unilaterale difesa di interessi strumentali al raggiungimento di finalità individuali o corporative. Dante, nel VI canto del Purgatorio, lamentava che l’Italia fosse “nave sanza nocchiere in gran tempesta”, e la sua invettiva contro la corruzione e la frammentazione politica sembra oggi risuonare con inquietante attualità.

Il liberale Giuseppe Mazzini riteneva che gli uomini buoni fanno buone le istituzioni cattive e che gli uomini cattivi fanno cattive le istituzioni buone. Tale principio riecheggia anche nel pensiero di Aristotele, per il quale la virtù dei governanti è condizione imprescindibile per la salute della polis. L’occasione, come è noto, fa l’uomo ladro, ma se i filtri costituzionali e legislativi creati da illuminati cultori delle materie giuridiche riescono ad arrestare il flusso corruttivo mascherato da una pirandelliana pantomima legale, si potrebbe anelare a un riscatto del ceto subalterno, vituperato e vilipendiato dalla bolgia di messaggi subliminali che circuiscono le menti obnubilate dei governati. È la stessa dinamica che Tacito descriveva quando osservava che, nei periodi di decadenza, il popolo finisce per non distinguere più tra libertà e servitù, poiché la manipolazione del linguaggio altera la percezione della realtà.

La Legge è chiara, la si può interpretare, ma non la si può e non la si deve intendere in maniera strumentale: si corre il rischio di aprire le ante a un sistema arbitrario fondato sull’insensatezza o, peggio, sulla sensata interpretazione del soddisfacimento delle pretese unilaterali della parte amica. Il pericolo era già stato intuito da Machiavelli, che nel Principe avvertiva che la corruzione delle istituzioni non avviene mai all’improvviso, ma attraverso piccoli adattamenti, piccole deroghe, piccole interpretazioni che, sommandosi, trasformano la legge in un guscio vuoto. E torna alla mente l’amara constatazione attribuita a Giovanni Giolitti: “Le leggi si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici”, frase che, pur collocata in un contesto storico specifico, continua a rappresentare un monito contro ogni deriva personalistica del potere.