La sofferenza (e l’umiliazione) dei dializzati in protesta notturna davanti al Gom: quando anche il diritto a vivere diventa una battaglia e si lotta per non morire. Se questo è un paese civile! VIDEO
Ott 27, 2026 - Giuseppe Larosa
Ci sono immagini che ti colpiscono profondamente. Immagini che restano dentro, che fanno male e che costringono a fermarsi, a guardare e soprattutto a riflettere. Come quelle trasmesse stamattina dai notiziari regionali: il sit-in notturno dei pazienti dializzati davanti al Gom di Reggio Calabria. Una scena drammatica, di quelle che un Paese civile non dovrebbe mai essere costretto a raccontare. Una protesta silenziosa, quasi a somigliare al silenzio delle loro sofferenze, per chiedere ciò che dovrebbe essere garantito senza doverlo elemosinare: il diritto alla salute, il diritto alle cure, il diritto a vivere. Un diritto sancito dalla Costituzione, ma che in Calabria, come in altre realtà del Paese, troppo spesso sembra rimanere sulla carta, lontano dalla vita concreta delle persone. I dializzati non possono aspettare. Per loro la dialisi non è una prestazione sanitaria qualsiasi, non è un appuntamento rinviabile, non è un servizio sul quale si può risparmiare tempo o organizzazione. È una terapia salvavita. Senza dialisi, per chi ne ha bisogno, la vita stessa è in pericolo. Eppure, queste persone sono costrette a scendere in strada, a trascorrere una notte al freddo, a manifestare la propria sofferenza davanti a una struttura sanitaria, pur di ottenere risposte a esigenze che non possono più essere ignorate. È questo che dovrebbe interrogare le coscienze di tutti, soprattutto di chi ha responsabilità istituzionali e di governo. Perché mentre durante le campagne elettorali si moltiplicano promesse, annunci e impegni solenni, c’è chi ogni giorno combatte una battaglia molto più concreta: quella per riuscire a curarsi. E mentre si celebrano inaugurazioni e si annunciano nuovi progetti, ci sono persone che rischiano di diventare invisibili, dimenticate ai margini di un sistema che dovrebbe invece mettere al centro proprio i più fragili. Che cosa chiedono questi pazienti? Non privilegi, non favori, non concessioni. Chiedono che vengano potenziati i posti dialisi, affinché sia possibile garantire cure adeguate e orari sostenibili a persone già duramente provate dalla malattia. Dietro ogni richiesta c’è un volto, una storia, una famiglia. Ci sono corpi stanchi, giornate scandite dalla terapia, viaggi faticosi e un’angoscia che accompagna ogni attesa. E poi c’è quella notte trascorsa all’aperto, con il freddo che non dà tregua, cercando riparo sotto un androne pur di resistere e continuare a chiedere ciò che spetta loro di diritto. Come se il peso della malattia non fosse già abbastanza, a queste persone viene imposto anche il peso dell’abbandono. Come se alla sofferenza fisica dovesse aggiungersi quella di sentirsi dimenticati, costretti a manifestare per essere ascoltati. È un’ingiustizia quella che si sta consumando sulla pelle di queste persone fragili? È giusto che chi deve sottoporsi a una terapia salvavita sia costretto a fare i conti anche con le difficoltà organizzative di un servizio che dovrebbe sostenerlo? È accettabile che il luogo destinato a curare diventi, per alcuni, un ulteriore ostacolo da superare? La stanchezza ha un volto, e in quei volti è scolpita tutta. Ma non c’è soltanto stanchezza. C’è anche la determinazione di chi non vuole arrendersi, di chi continua a lottare perché la propria vita non venga relegata in secondo piano. E c’è un’altra sofferenza, meno visibile ma altrettanto pesante: quella della solitudine. Non tutti hanno un familiare che possa accompagnarli al centro dialisi e tornare a prenderli al termine della terapia. Alcuni pazienti, secondo quanto raccontato, sono costretti a chiedere un passaggio a qualcuno di buon cuore pur di riuscire a rientrare a casa. Una difficoltà che si aggiunge alla fatica della cura e che trasforma un bisogno essenziale in un percorso di dipendenza dagli altri. Non è soltanto una questione di posti disponibili. È una questione di organizzazione, di assistenza, di trasporti, di dignità. È il dovere di costruire un sistema sanitario che non lasci nessuno solo proprio nel momento in cui ha più bisogno di aiuto.
La Fintred Calabria, la Federazione italiana nefropatici, trapiantati di rene e donatori, che ha organizzato il sit-in, chiede risposte concrete dopo anni di richieste. Il coordinatore regionale, Francesco Puntillo, ha ribadito un concetto che non dovrebbe lasciare spazio ad ambiguità, “La nostra fiducia non può più basarsi sulle dichiarazioni. Abbiamo bisogno di atti ufficiali e tempi di attuazione verificabili. I pazienti dializzati reggini hanno già aspettato troppo”. Parole che raccontano tutta la distanza tra le promesse e la necessità di interventi reali. Perché dopo anni di attese non bastano più gli annunci di nuovi posti, l’individuazione di possibili sedi o la prospettiva di interventi futuri. Servono impegni formalizzati, scadenze precise e risultati verificabili. Intanto, quella notte è passata. Una notte drammatica, trascorsa da persone che già convivono quotidianamente con una malattia impegnativa e che si sono ritrovate a dover affrontare anche il freddo, la stanchezza e l’incertezza di chi attende una risposta che tarda ad arrivare. Ma non possiamo archiviare quelle immagini come l’ennesima protesta, né relegarle tra le tante notizie destinate a scomparire il giorno dopo. Dovremmo conservarle nella memoria collettiva come un richiamo alle responsabilità di chi è chiamato a garantire servizi essenziali. Perché qui non stiamo parlando soltanto di malati. Stiamo parlando di persone, di vite, di affetti, di sensibilità, di dignità umana. Stiamo parlando di uomini e donne che non chiedono di essere trattati come un’eccezione, ma semplicemente come cittadini ai quali devono essere assicurate cure adeguate, accessibili e tempestive. La sanità pubblica si misura anche da questo: dalla capacità di non lasciare indietro nessuno, di riconoscere i bisogni di chi soffre e di trasformare i diritti proclamati in risposte concrete. Non servono altre promesse da spendere nelle campagne elettorali. Non servono altre parole destinate a dissolversi una volta spenti i riflettori. Servono decisioni, risorse, strutture adeguate e tempi certi. Perché chi ha bisogno della dialisi non può aspettare i tempi della politica, delle riunioni o degli annunci. La sua vita non può essere sospesa in attesa che qualcuno decida di intervenire. Il diritto alla salute non è una concessione. Non è un favore. Non è una promessa elettorale. È un diritto fondamentale. E nessuno dovrebbe essere costretto a trascorrere una notte al freddo per ricordare alle istituzioni che la propria vita conta. Prima che sia troppo tardi, a qualcuno si deve dare una risposta. Anzi, a qualcuno si deve dare una risposta subito. Perché una società civile non si riconosce dalle promesse che pronuncia, ma da come si prende cura di chi è più fragile. E quei pazienti, davanti al Gom, non chiedono altro che questo: essere curati, essere ascoltati, essere rispettati. Chiedono di poter vivere. E questo dovrebbe bastare a smuovere ogni coscienza.
IL SERVIZIO CON LE INTERVISTE DI GRAZIANO TOMARCHIO



