Riceviamo e pubblichiamo
Le persone di buon senso dovrebbero contribuire a distinguere la verità dalle falsità e dalle menzogne,
senza reticenze e senza lasciarsi frenare da luoghi comuni alimentati ad arte per condizionare l’opinione
pubblica. È da questa esigenza di chiarezza che dobbiamo partire per leggere ciò che sta accadendo in
Italia e in Europa, con particolare attenzione al Mezzogiorno.
Partiamo dalla realtà delle persone in carne e ossa: dalle loro condizioni di vita, dalle diƯicoltà
quotidiane e dalle risposte che attendono.
Nelle mobilitazioni europee si incontrano giovani, lavoratori e precari, accomunati da problemi
concreti: l’aumento dei prezzi dei beni alimentari, un mercato immobiliare sempre meno accessibile e
salari insuƯicienti a sostenere il costo della vita. Possiamo riconoscere e aƯermare insieme una verità:
la combinazione di questi fattori produce una condizione di forte vulnerabilità economica? Sì, dietro le
proteste ci sono bisogni essenziali: studiare, avere una casa, lavorare senza essere poveri, sostenere le
rate di un mutuo senza vedere il bilancio familiare soƯocato dagli interessi. Ci sono persone costrette a
scegliere se pagare la luce o il gas, versare una rata o fare la spesa. C’è un popolo che chiede ascolto e
risposte nelle scelte della politica.
Anche nel Mezzogiorno, la giusta mobilitazione degli autotrasportatori parlava a tutti noi, attraversati da
una crisi che incide profondamente sulle nostre vite e il cui peso ricade soprattutto su chi sta in basso.
Anche gli autotrasportatori parlavano agli ultimi, che rischiano di restare tali, mentre chi possiede già
tanto continua ad accrescere la propria ricchezza. Per troppe persone l’ascensore sociale ha smesso
di rappresentare una possibilità di riscatto e ha lasciato spazio a una discesa verso l’insicurezza e la
povertà.
È qui che si pone il nodo richiamato nel titolo: la povertà e il disagio rischiano di scomparire dal
dibattito pubblico, schiacciati tra il richiamo alla “guerra ibrida” e quello alle infiltrazioni della
criminalità organizzata.
Quando il racconto delle proteste si concentra sugli scontri, sui disordini e sulle possibili infiltrazioni di
mafia, camorra e ’ndrangheta, lasciando sullo sfondo le ragioni sociali e le voci di chi manifesta
pacificamente, restituisce un’immagine distorta della mobilitazione. Anche per questo dovremmo
indignarci.
Le eventuali infiltrazioni criminali devono essere indagate e contrastate. Ma il loro richiamo non può
diventare una formula con cui screditare indistintamente chi protesta. La criminalità organizzata può
approfittare anche del bisogno e della fragilità sociale: proprio per questo lo Stato deve tutelare chi
manifesta legittimamente, impedire intimidazioni e condizionamenti e dare risposte alle diƯicoltà delle
persone.
Gli episodi di violenza vanno condannati e le responsabilità accertate, ma non possono diventare il
tratto identificativo di un intero movimento.
La povertà non si aƯronta evocando soltanto minacce esterne, guerra ibrida o criminalità
organizzata. Si aƯronta riconoscendo il disagio e intervenendo sulle condizioni che lo producono.
Ridurre tutto a una questione di ordine pubblico, come ritengo faccia il governo nel modo in cui
rappresenta queste proteste, significa oscurare il problema sociale. Considero mistificante un racconto
che trasforma chi chiede ascolto in una presenza da temere e sposta l’attenzione dalle condizioni di
vita delle persone ai soli disagi provocati dalla mobilitazione.
Le nuove generazioni sono spesso un passo avanti rispetto a noi nel riconoscere le contraddizioni del
presente. Noi, invece, abbiamo faticato a lungo a comprenderne la domanda di rappresentanza politica
e sociale.
Nel Mezzogiorno, e in Calabria in particolare, tutta la politica e il sindacato sono chiamati a prestare
maggiore attenzione alle condizioni dei giovani, in ogni territorio: mettersi gli scarponi, camminare,
raggiungere i luoghi di lavoro, ascoltare e tutelare chi viene sfruttato e riceve paghe al di sotto dei minimi
contrattuali: giovani che, nella maggior parte dei casi, lavorano senza essere dichiarati. Troppi giovani
vivono nel silenzio e nella solitudine condizioni insopportabili, senza tutele e senza la forza di far sentire
la propria voce. Guardano al futuro con profonda incertezza, fino a dubitare di poter costruire una vita
autonoma e una famiglia. Ascoltarli e trasformare le loro domande in tutela concreta è una
responsabilità che riguarda la politica e il sindacato nel loro insieme.
Dentro questa responsabilità comune, continuo a pensare che una forza progressista debba ritrovare
fino in fondo la propria ragione di esistere: stare dove irrompe la vita delle persone, per riprendere un
richiamo di Gianni Cuperlo. È lì che siamo nati per stare ed è dalla capacità di esserci, con proposte e
scelte concrete, che dobbiamo farci giudicare, perché le destre nazionaliste hanno costruito consenso,
in Italia e in Europa, cavalcando la paura e, a mio giudizio, senza dare risposte adeguate ai problemi che
la alimentano.
Il nostro compito è dare voce al disagio, rappresentare chi lo vive e costruire risposte capaci di restituire
dignità, sicurezza e prospettive. Perché una società che smette di ascoltare i propri cittadini lascia che
siano la paura e il bisogno a decidere del loro futuro.
Maurizio Cannata



