La piana del silenzio

A Taurianova lo spaccio non si nasconde più: manca lo sguardo lungo di chi dovrebbe fermarlo, servono presenza sul territorio, prevenzione, intelligence e una comunità capace di non abituarsi all’illegalità, nelle riflessioni dello scrittore Giovanni Cardona
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C’è una domanda che, prima ancora di essere giudiziaria, è civile: quanto deve diventare visibile il fenomeno dello spaccio perché una comunità avverta che non si tratta più soltanto di singoli episodi di cronaca, ma di una questione di sicurezza, di libertà e di futuro?

A Taurianova la domanda non nasce dal nulla. Le cronache degli ultimi anni raccontano arresti, sequestri, attività investigative e operazioni antidroga che restituiscono l’immagine di un mercato tutt’altro che marginale. Nel gennaio 2026 la Polizia di Stato ha arrestato un venticinquenne, sequestrando 420 grammi di marijuana, un bilancino e circa 2.500 euro in contanti nell’ambito dei servizi “Focus ’ndrangheta”. Nel marzo dello stesso anno un’altra operazione ha portato all’arresto di un trentenne, dopo un’attività di osservazione nelle campagne taurianovesi, con il rinvenimento di circa 300 grammi di hashish, 100 grammi di marijuana e un bilancino. Nello stesso periodo sono stati riferiti ulteriori arresti da parte dei Carabinieri per detenzione ai fini di spaccio.

Non si tratta dunque di sostenere, senza prove, che a Taurianova “la polizia non controlli” o che gli investigatori siano assenti. Sarebbe un’affermazione troppo grave e non sufficientemente dimostrata dai dati disponibili. Il problema, semmai, è un altro: se le operazioni delle forze dell’ordine riescono periodicamente a intercettare droga, denaro, luoghi di deposito e reti di distribuzione, è legittimo chiedersi se il dispositivo di prevenzione e di controllo del territorio sia proporzionato alla dimensione percepita del fenomeno e se la risposta investigativa riesca a colpire non soltanto l’ultimo anello della catena, ma anche i livelli superiori.

È una differenza sostanziale. Arrestare chi possiede la sostanza è necessario. Comprendere chi la procura, chi la finanzia, chi la distribuisce, chi ricicla i proventi e quali relazioni rendano possibile il mercato è il salto di qualità che trasforma la repressione episodica in strategia criminale.

La storia recente di Taurianova dovrebbe imporre una particolare attenzione. Nel 1991 la città divenne simbolo nazionale della violenza mafiosa. La documentazione istituzionale dell’epoca ricorda una sequenza di omicidi e una situazione di particolare gravità, sino alla drammatica stagione che contribuì alla nascita dello strumento legislativo dello scioglimento degli enti locali per infiltrazioni mafiose. Quella storia non può essere utilizzata come un marchio eterno da apporre sulla città: Taurianova non è soltanto la propria cronaca criminale. Ma proprio perché quella memoria esiste, ignorare i segnali di una possibile ripresa delle economie illegali sarebbe un errore ancora più grave.

La droga, del resto, non è soltanto una merce. È un’economia. Dove esiste una domanda, nasce un’offerta; dove circola denaro, si crea potere; dove si accumula potere illegale, possono comparire intimidazione, consenso e controllo sociale.

Già nel 2021 l’operazione “Dionisio” aveva ricostruito, secondo gli investigatori, una filiera di produzione, coltivazione, lavorazione e commercio di marijuana, partita da un sequestro di 118 chilogrammi effettuato a Taurianova nel 2019. Nel gennaio 2023 l’operazione “New Age” aveva portato a 13 arresti nell’ambito di un’indagine avviata nel 2020 sul traffico di stupefacenti tra Taurianova e Cittanova. Nel 2024, l’operazione “Game Over” ha inoltre documentato, secondo quanto riferito dalla Rai, un intenso viavai di acquirenti e cessioni di cocaina e marijuana in diverse località della Piana, con Taurianova indicata tra le piazze interessate.

La sequenza degli episodi dovrebbe suggerire una riflessione che vada oltre il singolo arresto.

Aristotele sosteneva che la polis non fosse semplicemente un luogo nel quale gli uomini vivono insieme, ma la comunità nella quale essi cercano le condizioni della vita buona. È un’idea antica, ma ancora sorprendentemente attuale. Una città non è sicura soltanto quando nelle sue strade non si sente il rumore degli spari. È sicura quando un ragazzo può attraversare una piazza senza incontrare il mercato della droga; quando una famiglia non deve scegliere quali luoghi evitare; quando denunciare non significa sentirsi soli; quando le istituzioni sono abbastanza presenti da rendere l’illegalità meno conveniente della legalità.

Anche Cesare Beccaria, nel Settecento, aveva spostato il centro della riflessione penale dalla spettacolarità della punizione alla certezza e alla razionalità della risposta dello Stato. Non è la pena più feroce a rendere forte una comunità, ma una giustizia capace di intervenire con tempestività, proporzione e certezza.

E qui ritorna il tema del controllo.

Il controllo del territorio non significa militarizzare una città. Significa, piuttosto, conoscere il territorio. Significa pattugliamento intelligente, presenza visibile e continuativa, ascolto dei cittadini, collaborazione tra Polizia, Carabinieri, Procura e amministrazioni, attività di intelligence, analisi dei flussi finanziari e capacità investigativa. Significa soprattutto non aspettare che lo spaccio diventi cronaca nera prima di accorgersi che esiste.

La letteratura italiana ha spesso raccontato il rapporto ambiguo tra potere, paura e complicità. Leonardo Sciascia, ne Il giorno della civetta, mostrò magistralmente come la criminalità organizzata prosperi non soltanto attraverso la violenza, ma anche attraverso il silenzio, la convenienza e la rimozione. Non è necessario che una città sia interamente corrotta perché il sistema criminale possa prosperare: è sufficiente che una parte della società smetta di vedere, di parlare, di indignarsi.

È forse questo il punto più delicato.

Lo spacciatore arrestato è visibile. La rete che lo rifornisce può essere invisibile. Il giovane che compra una dose è visibile. Il sistema economico che trae profitto dalla sua dipendenza può essere molto più difficile da individuare. La piazza dove avviene lo scambio è visibile. Il denaro che parte da quella piazza e raggiunge livelli successivi della filiera può diventare quasi impalpabile.

Per questo la risposta non può limitarsi al numero degli arresti.

Una città dovrebbe chiedere quanti controlli vengono effettuati, ma anche quanti vengono trasformati in indagini strutturate. Dovrebbe chiedere quali risorse investigative siano disponibili, se il personale sia sufficiente, se il presidio territoriale sia adeguato, quali strumenti di prevenzione siano attivi e quale coordinamento esista tra le diverse istituzioni. Sono domande legittime, non accuse. Anzi, sono proprio le domande che una democrazia matura dovrebbe rivolgere alle proprie istituzioni.

Ma lo Stato non può essere lasciato solo.

La lotta allo spaccio passa anche dalle famiglie, dalla scuola, dalle associazioni, dalle parrocchie, dagli operatori sociali, dagli imprenditori e dalla cittadinanza. Perché la droga prospera anche dove trova solitudine, marginalità, assenza di prospettive e disponibilità economica. La repressione interviene sul reato; la prevenzione deve intervenire sulle condizioni che rendono il mercato possibile.

Platone, nella sua riflessione politica, aveva compreso una verità che conserva ancora oggi tutta la sua forza: una comunità si deteriora quando perde il senso dell’ordine comune. Non basta stabilire le regole; occorre che i cittadini riconoscano quelle regole come parte della propria vita collettiva.

Taurianova, proprio per la propria storia, merita questo salto di qualità.

Non merita di essere raccontata soltanto attraverso le faide del passato, né attraverso gli arresti del presente. Merita di essere raccontata attraverso la capacità di reagire. Perché la memoria può diventare una condanna oppure un anticorpo.

Il rischio più grande, infatti, non è soltanto la diffusione della droga. È l’assuefazione sociale al fenomeno: vedere certe persone, certi movimenti, certi luoghi e considerarli ormai parte del paesaggio. È quando l’anormalità diventa normalità che il controllo criminale trova il terreno più fertile.

E allora la domanda iniziale torna con maggiore forza: quanto deve diventare grande il problema prima che una comunità decida di affrontarlo come una priorità?

La risposta dovrebbe essere: non un grammo in più.

Perché dietro ogni dose venduta non c’è soltanto una violazione della legge. C’è una relazione economica, una dipendenza, una famiglia che può spezzarsi, un giovane che può perdersi, un territorio che può diventare più vulnerabile.

La storia insegna che le città non vengono conquistate soltanto con la violenza. Talvolta vengono conquistate lentamente, attraverso l’abitudine.

E contro l’abitudine all’illegalità la prima forma di resistenza è tornare a guardare.