La corruzione come don Ferrante: perché negarla è la vera peste
Tra Montesquieu, Beccaria e i Promessi Sposi, una riflessione dello scrittore Giovanni Cardona sullo squilibrio dei poteri e su come si combatte davvero il malaffareAgo 01, 2026 - redazione
C’è un personaggio dei Promessi Sposi che meriterebbe di essere studiato più nelle facoltà di giurisprudenza che in quelle di lettere: don Ferrante. Colto, raziocinante, ostinatamente logico, di fronte alla peste che dilaga a Milano decide che il contagio non esiste, perché — sostiene con dotta sicurezza — non è né sostanza né accidente, e dunque non può appartenere ad alcuna categoria del reale. Muore, coerentissimo fino alla fine, vittima proprio di ciò che aveva negato per eccesso di raziocinio. Manzoni non lo racconta per fare satira degli intellettuali, ma per dirci qualcosa che vale ancora oggi: negare un male perché non rientra nelle nostre categorie preferite è il modo più sicuro per esserne travolti. La corruzione, in Italia come altrove, è esattamente questo tipo di contagio: diffusa, persistente, radicata nei meandri di apparati che dovrebbero esserne immuni, e fingere che sia un’invenzione mediatica, o negarne la sistemicità, significa ripetere l’errore di don Ferrante — solo che stavolta a morire non è un erudito per bene, ma la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Nessuno mette in discussione che gli organi inquirenti debbano perseguire e punire i colpevoli: è la loro funzione, ed è sacrosanta. Il problema è un altro, più sottile e più scomodo: i mezzi repressivi, per quanto necessari, devono restare compatibili con la fisionomia di uno Stato di diritto, perché non tutto ciò che è efficace è anche legittimo, e non tutto ciò che è legittimo lo è per il solo fatto di produrre risultati. Qui torna utile un vecchio maestro, Montesquieu, che nello Spirito delle leggi del 1748 formulò l’intuizione che ancora oggi regge le nostre costituzioni: il potere, per non degenerare in tirannia, deve essere diviso e bilanciato — legislativo, esecutivo, giudiziario, ciascuno freno e contrappeso dell’altro — non come dettaglio tecnico da manuale, ma come humus stesso della democrazia moderna, secondo un’intuizione che già apparteneva ad Aristotele quando distingueva le costituzioni “corrette” da quelle “deviate” proprio in base a chi detiene il potere e a come lo esercita. Ed è proprio qui che qualcosa si è inceppato: per una serie di eventi che non hanno bisogno di complotti per essere spiegati, la componente inquirente della magistratura ha finito per assumere un peso egemone, non solo rispetto agli altri poteri dello Stato, ma persino rispetto alla componente giudicante della magistratura stessa. Non è un fenomeno che nasce da un disegno oscuro, ma più banalmente dall’arretramento della politica: come in fisica, dove la natura non tollera il vuoto, anche negli equilibri istituzionali lo spazio lasciato libero viene occupato, e la magistratura ha assorbito per osmosi ruoli e competenze che le erano estranei. Tocqueville, osservando la democrazia americana, metteva già in guardia da questo tipo di deriva: il pericolo per una democrazia non è mai un solo tiranno, ma un potere che si espande senza che nessuno se ne accorga, legittimato dal consenso e dall’apparente necessità. Chi detiene un potere forte, per un istinto quasi di conservazione biologica, tende a difenderlo e ad accrescerlo, e nasce così il cosiddetto straripamento di poteri: procure che si scontrano tra loro, procure che si scontrano con la polizia giudiziaria, in quella che potremmo chiamare, riprendendo Brecht, un’arena degli equivoci degna del suo teatro epico, dove gli attori recitano ruoli che non gli appartengono davvero — o, se preferiamo un’immagine più antica, la Repubblica di Platone, dove ogni classe che esce dal proprio ambito naturale genera ingiustizia, non perché sia malvagia, ma perché ha smesso di fare ciò per cui era stata pensata. C’è un paradosso che Machiavelli avrebbe riconosciuto all’istante: proclamare a parole ossequio assoluto alla legge, per poi trovare nella prassi mille espedienti utili a conservare proprio i poteri che il legislatore aveva provato a delimitare — la forma rispettata, la sostanza aggirata, quel vizio della simulazione di cui parla nel *Principe*, applicato stavolta non al sovrano, ma agli apparati. Già Tacito, descrivendo la Roma imperiale, coniava una formula che sembra scritta ieri, corruptissima re publica plurimae leges, quanto più corrotto è lo Stato tanto più numerose sono le leggi, e non è un caso che moltiplichiamo norme senza risolvere il problema: la corruzione, in certi apparati, sembra quasi scritta nel codice genetico del sistema, e le rare voci di onestà, invece di essere premiate, vengono spesso derubricate a corpi estranei, incapaci — dice qualcuno — di “integrarsi” nel sistema, in un rovesciamento morale che ricorda da vicino la “banalità del male” descritta da Hannah Arendt: non serve essere mostri per far funzionare un ingranaggio ingiusto, basta adattarsi, conformarsi, non fare domande. Ecco il punto che vorrei mettere al centro, ed è il più concreto: la giustizia, per sua stessa natura costituzionale, opera a valle, interviene quando il reato è già stato commesso, e quando esce dal proprio perimetro per supplire a carenze altrui, non disponendo degli strumenti propri della prevenzione, finisce inevitabilmente per invadere i confini degli altri poteri. Se vogliamo davvero ridurre la corruzione, dobbiamo intervenire a monte, eliminando le occasioni di tentazione che l’esperienza ha già individuato con chiarezza — un’economia statalista troppo pervasiva, che moltiplica i canali attraverso cui distrarre ingenti risorse pubbliche a fini illeciti — perché la cura non è più repressione ma trasparenza: un’amministrazione pubblica rapida, leggibile, sottoposta a controlli selettivi ed efficienti. Cesare Beccaria, nel suo Dei delitti e delle pene del 1764, lo aveva già scritto con chiarezza cristallina: è meglio prevenire i delitti che punirli, e la vera arte del legislatore non sta nella severità della pena, ma nella certezza e nell’efficacia del controllo, così che un funzionario pubblico faccia il proprio dovere non perché teme un’indagine, ma perché il sistema dei controlli funziona a prescindere, e solo così la macchina giudiziaria potrà essere alleggerita di un peso che non le competerebbe. La buona notizia, se vogliamo chiamarla così, è che nulla di tutto questo richiede di mettere mano alla Carta costituzionale: serve semmai ciò che Norberto Bobbio chiamava la “cultura delle regole”, la volontà politica e amministrativa di applicarle davvero, con perseveranza, senza scorciatoie. Un’amministrazione pubblica onesta e trasparente non elimina il crimine dei “colletti bianchi” con un colpo di bacchetta magica, ma lo priva progressivamente dell’ossigeno di cui si nutre, lasciando emergere per contrasto le virtù di chi semplicemente fa il proprio dovere. Chiudo con una frase che, letta oggi, suona quasi profetica nella sua amarezza: «Il mondo è talmente corrotto, che si acquista la reputazione di persona perbene limitandosi a non fare del male» — Pierre-Marc-Gaston de Lévis, Massime e riflessioni, 1808 — perché forse il vero obiettivo, più che inseguire don Ferrante nella sua cieca negazione, è smettere di accontentarci di essere persone perbene per assenza di colpa, e iniziare a pretendere, da noi stessi e dalle istituzioni, l’onestà come regola, non come eccezione da celebrare.



