Iran, Mar Rosso, canale di Suez e Stretto di Hormuz: le armi per la rappresaglia del regime sulle rotte del petrolio e del commercio che mette a rischio il porto di Gioia Tauro

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Iran, Mar Rosso, canale di Suez e Stretto di Hormuz: le armi per la rappresaglia del regime sulle rotte del petrolio e del commercio che mette a rischio il porto di Gioia Tauro
Un conflitto lungo, soprattutto se legato alla disperata difesa del regime, potrebbe far precipitare il Medio Oriente e il mondo in una crisi prolungata, geopolitica ed economica.

I missili verso Israele e le basi americane in Medio Oriente servono a dimostrare che l’Iran è in grado di reagire militarmente all’attacco subito. Ma le vere armi di rappresaglia del regime, soprattutto in uno scenario di confronto prolungato, sono quelle economiche legate al commercio marittimo nei due snodi strategici dell’area: il Mar Rosso (e quindi il Canale di Suez) e lo Stretto di Hormuz.
Nel primo caso, Teheran può contare sulle milizie degli Houthi, il movimento filo-iraniano che controlla ampie zone dello Yemen, inclusa la capitale Sana’a. Il gruppo ha annunciato la ripresa degli attacchi contro le navi commerciali in transito nel Mar Rosso.
Nel secondo caso, il regime può giocare direttamente la carta del blocco dello Stretto di Hormuz, opzione mai pienamente attuata nella storia recente ma dalle conseguenze potenzialmente devastanti per il commercio globale , con il rischio di bloccare il porto di Gioia Tauro.
Entrambe le minacce, inserite in un quadro di tensione geopolitica riaccesa, avranno effetti immediati sui mercati. Il primo indicatore a reagire è il prezzo del petrolio, già in forte oscillazione nelle ultime settimane per le minacce di un attacco americano all’Iran. Con il passaggio all’azione militare congiunta di Stati Uniti e Israele, lo scenario appare ancora più incerto.
Le dichiarazioni del presidente americano Donald Trump — che ha invitato le forze iraniane a deporre le armi — e del premier israeliano Benjamin Netanyahu, che ha parlato di condizioni per consentire al popolo iraniano di “prendere in mano il proprio destino”, sembrano indicare un obiettivo politico preciso: la fine del regime guidato dall’ayatollah Ali Khamenei.
Se gli attacchi dovessero protrarsi, la risposta iraniana potrebbe spostarsi con decisione sul piano economico. Il controllo dello Stretto di Hormuz consentirebbe a Teheran di bloccare il passaggio delle petroliere. Parliamo di un corridoio largo appena 50 chilometri che collega il Golfo Persico al Golfo dell’Oman: una chiusura significherebbe fermare circa il 30% del petrolio trasportato via mare, pari a un quinto della produzione mondiale.
Non solo: dalla stessa rotta transita circa il 20% delle spedizioni globali di Gnl (gas naturale liquefatto), diventato fondamentale per molti Paesi occidentali dopo la guerra in Ucraina e il drastico ridimensionamento delle forniture russe.
Il blocco dello Stretto rappresenterebbe una mossa estrema, ma plausibile in caso di conflitto prolungato. Il petrolio, inoltre, è uno dei fattori che legano Russia e Cina all’Iran, come dimostrano le recenti esercitazioni navali congiunte. La presenza di navi militari russe e cinesi nell’area aumenta il rischio di incidenti e di un possibile allargamento del conflitto.
In caso di escalation, la rappresaglia iraniana su larga scala potrebbe trascinare il Medio Oriente e l’economia globale in una crisi lunga.