Intervista ai genitori di Domenico Politi
D. Nessuno ci restituirà Domenico, ma due anni di pena sono un insulto. Signora Politi, sono passati quasi tre anni: come si sopravvive alla morte di un figlio?
R. Politi: Non si sopravvive. Si va avanti per le nipoti, perché Domenico ha lasciato due bambini e dobbiamo esserci per loro. Ma ogni mattina mi sveglio e, per un istante, non ricordo. Poi torno alla realtà e mio figlio è ancora morto.
R. Pasquale Politi?
Io invece non dimentico mai, neanche per un minuto. Domenico era il mio unico figlio maschio. Lavorava, era una persona seria. Quel giorno era uscito per una commissione, una qualsiasi cosa di ordinaria amministrazione, e non è più tornato.
D.La sentenza: due anni con la sospensione condizionale. Che cosa avete provato?
R. Pasquale Politi: Schifo. Tre morti, due feriti, e quello torna a casa come se avesse rubato una mela. Il giudice ha applicato la legge, dicono. Ma allora la legge è sbagliata. Non può esistere un sistema in cui uccidere tre persone vale due anni, con la pena sospesa, senza un giorno di carcere.
R. Signora Politi?
Io non ero in aula, ma quando ho sentito la pena, se così possiamo chiamarla, sono rimasta di ghiaccio. Ho avuto un malore. Due anni, neanche un giorno di carcere, per mio figlio, per le altre due persone morte nell’auto di quell’uomo e per le ferite che le altre due porteranno per tutta la vita. Due anni sono un insulto.
D: C’è qualcosa che vi ha dato conforto in questi tre anni?
R. Signora Politi: L’avvocato ci ha assistito con dignità. Ci ha spiegato tutto e ci ha sempre detto la verità, anche quando era scomoda. E poi ci sono le nostre nipoti. La più grande ha undici anni e disegna ancora il papà. La più piccola ne ha sette e, a volte, chiede: “Quando torna papà?”.



