La giornalista torinese ci parlerà del libro “La ‘Ndrangheta davanti all’altare”, lavoro editoriale che ha scombussolato le torbide dinamiche tra Mafia e Clero
DI CARMELO NICOTERA
Intervista a cuore aperto con…Paola Bottero
La giornalista torinese ci parlerà del libro “La ‘Ndrangheta davanti all’altare”, lavoro editoriale che ha scombussolato le torbide dinamiche tra Mafia e Clero
di Carmelo Nicotera
Paola Bottero è la giornalista-scrittrice che, insieme ad altri quattro colleghi, ha lavorato alla stesura del libro “La ‘Ndrangheta davanti all’altare”, documento d’inchiesta che ha indagato sulle fitte collaborazioni tra i sistemi malavitosi ed alcuni settori deviati del sistema ecclesiastico. Nell’intervista rilasciata gentilmente alla nostra testata, la professionista del settore dell’informazione farà luce sugli aspetti più inquietanti del pericoloso connubio ‘Ndrine-Chiesa e, più in generale, ci parlerà dei suoi futuri impegni lavorativi.

Il link per accedere al sito del libro: http://ndranghetadavantialtare.wordpress.com/
1) “La ‘ndrangheta davanti all’altare” è un lavoro editoriale frutto della collaborazione di cinque differenti professionisti del settore dell’informazione e della cultura. Ci parli di te e di chi ha contributo fattivamente alla stesura del libro?
Mi piace partire dalle due anime al cui interno ci muoviamo: il libro è il punto di arrivo di quanto è iniziato lo scorso anno, proprio a settembre, quando un’anima, sabbiarossa edizioni, si è incontrata con un’altra anima, Archivio Stop’ndrangheta, per fondersi e iniziare insieme un percorso. La nostra casa editrice doveva ancora compiere un anno di vita, ma già aveva conquistato interesse e curiosità. Eravamo in promozione della seconda uscita per la collana Riflessioni: “senza targa”, che reputo genitore, quantomeno putativo, di “la ‘ndrangheta davanti all’altare”. Si tratta di un viaggio nella Calabria della buonavita, fatto e scritto con Alessandro Russo. Abbiamo incontrato quelli che abbiamo battezzato i nostri dodici apostoli: sei donne e sei uomini straordinari, che vivono il proprio quotidiano nell’affermazione costante della legalità. Tra loro ci sono i nostri tre don: Pino Demasi, Giacomo Panizza, Ennio Stamile. Reggio Calabria, dove volevamo organizzare un evento di chiusura della promozione estiva, era sospesa nei preparativi delle feste mariane. Proprio come adesso. Volevamo, come ogni volta in cui organizziamo qualcosa, andare avanti nel nostro percorso, nella nostra ricerca di domande. Ci siamo incontrati proprio su questo, con Stop’ndrangheta, che è poi dire Romina Arena, Francesca Chirico, Alessio Magro, Cristina Riso: sulla necessità di osare. E lo abbiamo fatto. Non è stato difficile individuare il tema delle commistioni tra Chiesa e ‘ndrangheta. Il titolo, che ora è quello del libro, voleva essere provocatorio e dirompente. Lo è stato. Il Procuratore di Palmi, Giuseppe Creazzo, e i nostri tre sacerdoti sono stati egregi. Una serata intensa e unica. Non ci potevamo fermare lì. C’era il video integrale, si potevano estrapolare gli atti. Ma non bastava. Abbiamo iniziato a lavorare intensamente. Nove mesi, la gestazione esatta di un pupo. Ciascuno di noi ha elaborato una parte. E questo è proprio ciò che più amo di “la ‘ndrangheta davanti all’altare”: si legge facile, scorre via veloce, ha una linea unica e continua. Ma al suo interno ci sono tagli diversi, che lo rendono vivo, come viva e diversificata è stata la ricerca di ciascuno di noi: più sociologica quella di Alessandro, da inchiesta quella di Cristina, narrativa quella di Francesca, e credo anche la mia, di ricostruzione storica quella di Romina. Trovo questi cambi di stile una delle novità sorprendenti del libro.
2) Il vostro libro ha spazzato via quel silenzio, quasi omertà, dei rapporti esistenti tra mafia e clero. Qual è stata la molla che vi ha spinto a indagare nella torbida commistione tra queste due “Istituzioni”?
Come ti ho detto, andare avanti. Un tassello dopo l’altro. E completare il quadro dei grigi, entrando anche là dove, almeno in Calabria, nessuno aveva ancora osato addentrarsi.
3) Come agisce la ‘ndrangheta ” in nome e per conto di Dio”?
Ovviamente la ‘ndrangheta non agisce in nome e per conto di Dio, anche se si arroga il diritto di vita e di morte sulle persone. La ‘ndrangheta, come tutte le mafie, strumentalizza la religione in un duplice modo: per ottenere la legittimazione sociale e per lavarsi la coscienza. Indicativa, per la legittimazione sociale, la presenza massiccia all’interno delle feste religiose più importanti, o l’utilizzo di termini e riferimenti religiosi nei riti di affiliazione: gli esempi sono tantissimi, nel libro. Per la conquista del paradiso, invece, mi piace citare un pentito, di cui abbiamo parlato approfonditamente, nel primo dei dieci comandamenti: “quando ero un assassino andavo in chiesa con animo tranquillo, ora che sono un pentito no, non prego serenamente”. Alla fine sono uomini anche loro. Anche loro hanno paura del giudizio di Dio. E cercano pastori in grado di garantire loro il perdono senza passare per Zaccheo. Pentimento e restituzione definitivi, non per la durata della confessione.
4) Quali sono state le principali difficoltà incontrate nel lavoro di ricerca?
Intanto la quantità immane di materiale, le cosiddette pezze d’appoggio. Erano talmente tante, le carte, che abbiamo dovuto trovare un metodo per dividercele. Mentre lavoravamo si aggiungeva altro materiale, che ci ha costretti a ripetuti cambi in corsa. Volevamo produrre qualcosa di facile lettura, pur nella profondità e complicatezza dei contenuti, ma semplificare fatti così assurdi era tutt’altro che agevole. E poi essere in cinque, con cinque diversi stili, poteva diventare un problema: dovevamo trovare una cifra unica e comune, nella quale ciascuno di noi potesse portare anche la propria cifra personale. Credo che ci siamo riusciti piuttosto bene, a giudicare dagli ottimi riscontri che continuano ad arrivarci.
5) Qual è l’obiettivo che vi siete prefissati quando avete scelto i dieci comandamenti come linea guida del vostro lavoro?
Il materiale, come ti ho appena detto, era troppo. Bisognava dare un’organicità, una fluidità che abbiamo trovato nelle tavole di Mosè. Il nostro è stato un approccio laico, ovviamente. Ma i dieci comandamenti in realtà sono ottime regole per ognuno, indipendentemente dalla fede, come ci ha perfettamente dimostrato Kieślowski con il suo Decalogo.
6) La Chiesa, in special modo negli ultimi anni, sembra essere lontana dalle reali problematiche della gente. Perché ha scelto di legarsi, in alcuni casi, al malaffare, trascurando le necessità della comunità?
Bisognerebbe chiederlo a chi lo ha fatto e a chi continua a farlo, peraltro in nome della Chiesa. Quando è uscito il libro qualcuno ha voluto sottolineare, subito, che la Chiesa è una. Non aveva digerito la nostra differenziazione tra Chiesa che resiste e Chiesa che si volta dall’altra parte. È ovvio che la Chiesa sia una. Come uno è lo Stato, una è la giustizia, una è la pubblica amministrazione. Purtroppo all’interno di queste unità ci sono uomini. Uomini che possono essere, come perfettamente ha spiegato don Demasi a Taurianova, fra Cristofori o don Abbondi. E quando siamo di fronte a don Abbondi, sottomessi all’Innominato, poco importa che lo siano per convenienza, per paura o per mancanza assoluta di fede. La scelta di un uomo di Chiesa di stare dentro l’area grigia, facendo finta di niente o addirittura andando a braccetto con i lupi, è molto più grave della stessa scelta fatta da altri uomini pur rappresentanti di istituzioni. Ed è molto più grave proprio perché “Nel coraggio dei suoi pastori la gente ritrova il suo coraggio”, come ci ha insegnato don Italo Calabrò: una frase con cui abbiamo sintetizzato il nostro percorso. Una frase che ogni pastore dovrebbe ripetersi senza fine.
7) Il mondo religioso ha bisogno di nuova linfa vitale per recuperare la strada maestra. Ci sono uomini di fede che affrontano, giorno dopo giorno, la lotta contro la criminalità organizzata, in special modo nel Meridione. Chi sono questi “preti coraggio”?
Ne esiste tanto, di coraggio, sul territorio calabrese. Don Demasi, don Panizza e don Stamile sono solo alcuni esempi. Mi viene in mente padre Giovanni Ladiana a Reggio. Ma ogni giorno ho la fortuna di incontrare ottimi esempi di “Chiesa che resiste”.
8) Quali sono le “armi” per sconfiggere il “cancro” della criminalità organizzata?
Avere la ricetta giusta… So dirti solo quali sono i metodi per permetterne il proliferare: non essere attenti, non essere presenti, non capire che ciascuno di noi, nel suo piccolo, può dare il proprio contributo, iniziando con il cacciare dalle abitudini quotidiane quelle che sono in palese disaccordo con la lotta per la legalità. Per esempio: anche il chiedere una raccomandazione, “perché tutti lo fanno”, è l’anticamera di quella cultura della sottomissione in cui le mafie hanno affondato le proprie radici.
9) Paola Bottero, da anni sei apprezzata e seguita su temi che ti sono cari, e che affronti a tutto tondo: da scrittrice, da giornalista, da commentatrice. Ora anche da editore. La tua smania di verità ti ha portata a “mettere il naso” in questioni scottanti. Quali sono le prossime battaglie che intendi combattere?
In realtà la battaglia è sempre la stessa. Una e unica: quella per la ricerca della verità e della memoria, entrambe indispensabili per dare un senso profondo alla lotta per la legalità. Se poi la tua domanda è quella che penso, sì, sto scrivendo. Un romanzo: avevo bisogno di tornare alla narrazione pura, dopo un fermo di oltre due anni, dedicati alla scrittura d’inchiesta e di ricerca. Ma non chiedermi, ovviamente, di che si tratta: è alle battute finali, l’uscita dovrebbe essere a ottobre. Non manca molto, in fondo.
Un sentito grazie a Paola Bottero per la cordiale disponibilità




