Il sorpasso del No sul Sì nei sondaggi non è un mistero statistico, è il prodotto di una cattiva politica
Feb 25, 2026 - redazione
Di Avv. Antonino Napoli – Penalista del Foro di Palmi
Il sorpasso del No sul Sì nei sondaggi non è un mistero statistico. È, più semplicemente, il prodotto di una cattiva politica. Quando un referendum costituzionale diventa un plebiscito pro o contro il governo in carica, la sostanza evapora e resta solo il tifo.
La riforma della magistratura – quella che dovrebbe intervenire sulla separazione delle carriere e sul sistema di autogoverno – nasce da un’esigenza antica, non da un comizio recente. Le degenerazioni correntizie emerse negli ultimi anni, esplose nel caso che travolse Luca Palamara e investì il Consiglio Superiore della Magistratura, non sono un’invenzione della destra né una calunnia della sinistra. Sono un fatto. E come tutti i fatti, prima o poi presentano il conto.
Ma invece di discutere di questo – della fisiologia e della patologia dell’autogoverno, della necessità di un giudice realmente terzo, del superamento di un sistema che ha trasformato le correnti in piccole segreterie di partito – si è preferito issare la bandiera. Il Sì è stato arruolato come una truppa del centrodestra; il No si è rifugiato nella trincea dell’antiberlusconismo eterno, anche quando Silvio Berlusconi non c’entra più nulla, se non come riflesso pavloviano.
Così la riforma è stata raccontata non per ciò che è, ma per chi la sostiene. E quando una riforma costituzionale viene percepita come il timbro di fiducia su un esecutivo che non gode di straordinaria salute perché sta disattendendo la fiducia che la gente gli aveva riposto, il cittadino medio – che non ha tempo di studiarsi i commi – vota contro. Non per amore dello status quo, ma per diffidenza verso il manovratore.
Il paradosso è che molti di coloro che oggi sostengono il Sì lo fanno per ragioni serie, talvolta storicamente radicate nella cultura liberale e socialista del Paese. Ma accodarsi al carro del centrodestra, accettando l’equivoco di un sostegno implicito all’attuale governo, significa regalare argomenti al fronte opposto e trasformare una battaglia di principio in una schermaglia di propaganda.
Se il Sì vuole recuperare terreno, deve avere il coraggio dell’autonomia. Deve dire con chiarezza che la riforma non è un premio a Palazzo Chigi, ma una risposta a un problema strutturale della giustizia italiana. Deve rivendicare che la critica alle degenerazioni correntizie non è un attacco alla magistratura, ma il tentativo di restituirle credibilità.
In politica, come nella vita, le buone cause si perdono quando si fanno scortare da cattive compagnie. E se il Sì vuole vincere per convinzione e non per appartenenza, deve smettere di sembrare l’appendice di una maggioranza di governo e tornare a essere ciò che dovrebbe: una proposta di riforma dello Stato, non un voto di fiducia mascherato.
Le riforme si difendono con la schiena dritta, non con il cappello in mano. Quando la politica invade tutto, perfino la giustizia, finisce per rendere sospetto anche ciò che sospetto non è.




