Di Antonino Napoli
Il referendum si è rivelato un’occasione mancata.
La proposta di separazione delle carriere, che avrebbe potuto costituire uno strumento idoneo a rafforzare il principio del giusto processo e a riequilibrare in senso effettivo il rapporto tra pubblico ministero e difesa, è stata respinta dal corpo elettorale.
Al di là del merito della proposta, un intervento incidente su ben sette articoli della Costituzione avrebbe richiesto comunque un previo e ampio dialogo parlamentare, fondato su un consenso quanto più possibile trasversale. La mancanza di tale confronto rappresenta, sotto il profilo istituzionale, un evidente errore politico che influito sull’esito.
Merita, nondimeno, riconoscimento l’impegno profuso dalla classe forense, che con apprezzabile senso di responsabilità e partecipazione ha sostenuto in larga misura le ragioni del “sì”, portando all’attenzione dell’opinione pubblica i profili tecnici della riforma. La prevalente adesione dell’avvocatura alla prospettiva della separazione delle carriere non ha tuttavia escluso la presenza di posizioni dissenzienti, anch’esse legittimamente espresse, a conferma del pluralismo che caratterizza la funzione difensiva.
Tra gli esiti politicamente più significativi della consultazione devono annoverarsi la sconfitta del governo guidato da Giorgia Meloni e quella dell’Unione delle Camere Penali. Con specifico riguardo a quest’ultima, appare rilevante l’errore strategico dei suoi vertici che hanno abbandonato il terreno, ad essa più congeniale, del confronto tecnico-giuridico per collocarsi all’interno di una dialettica eminentemente politica.
In luogo di mantenere una posizione autonoma, fondata su un’analisi degli effetti della riforma sul processo penale, l’Unione ha finito per essere fagocitata in un conflitto con la magistratura, alimentato dal centrodestra, portatore di finalità proprie e non necessariamente coincidenti con quelle dell’avvocatura. In tale contesto, il confronto è progressivamente scivolato dal piano argomentativo a quello polemico.
Anziché valorizzare la forza persuasiva delle ragioni tecniche, si è assistito a un innalzamento dei toni che ha finito per incidere negativamente sulla percezione dell’iniziativa referendaria da parte dei cittadini. La partecipazione a convegni e iniziative rivolte prevalentemente a un pubblico già orientato ha ulteriormente ridotto la capacità di intercettare un consenso più ampio, trasformando il dibattito in una dinamica di conferma, più che di reale persuasione.
Ne è derivata la perdita di un’occasione significativa per promuovere una riflessione condivisa e consapevole sulla riforma del processo penale. Oggi restano le macerie di un confronto che ha raggiunto livelli di tensione difficilmente compatibili con il necessario equilibrio tra le componenti della giurisdizione.
La ricomposizione di tale frattura si prospetta complessa. E, come frequentemente accade in simili contesti, il rischio concreto è che a subirne le conseguenze più rilevanti sia, ancora una volta, l’amministrazione della giustizia nel suo complesso.
Se l’intento della riforma era quello di compiere un avanzamento verso la piena attuazione del giusto processo, l’esito della consultazione ha purtroppo segnato, nei fatti, un arretramento e chi mirava a indebolire la magistratura ha finito per rafforzarne la posizione e la legittimazione nel sistema.




