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TAURIANOVA (RC), LUNEDì 10 AGOSTO 2020

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Omicidio Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, siamo alla resa dei conti Chiesto l'ergastolo per i boss Graviano e Filippone nel processo “’Ndrangheta stragista”

Omicidio Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, siamo alla resa dei conti Chiesto l'ergastolo per i boss Graviano e Filippone nel processo “’Ndrangheta stragista”
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La sera del 18 gennaio di ventisei anni fa, era il 1994, due servitori dello Stato, i carabinieri Vincenzo Garofalo e Antonino Fava, un giovane di Taurianova, una vittima della criminalità organizzata, quella “montagna di merda”, crivellando la macchina dove stavano facendo il proprio servizio di pattugliamento, con numerosi colpi di mitra.
Avevano appena finito un servizio di “staffetta” a cinque magistrati messinesi che si occupavano di mafia e raccogliere a Palmi le dichiarazioni di un pentito ed è per questo che i due militari erano di scorta. Dopo aver preso un caffè con i magistrati messinesi in quanto quest’ultimi ancora dovevano trattenersi con il pentito di mafia, un boss, Luigi Sparacio, e quindi rientrare ad un orario stabilito per il servizio di scorta. Subito dopo fecero un giro ricognitivo nel tratto autostradale tra Palmi e Scilla, e lì sulla loro strada incrociarono una macchina, quella in cui a bordo c’erano i loro assassini. Antonino Fava e Vincenzo Garofalo furono trucidati dai colpi d’arma da fuoco senza pietà, “giustiziati” e fermi a ridosso di un guard rail. Non ebbero il tempo nemmeno di reagire, tant’è che Fava fu trovato ancora con il mitra di ordinanza in mano e che non fece in tempo ad usarlo. Due servitori dello Stato morti sul campo per fedeltà al servizio, insigniti con la Medaglia d’Oro al valor militare.
Oggi Vincenzo Garofalo avrebbe avuto 60 anni, mentre Antonino Fava 63 anni, quest’ultimo poteva anche essere già in pensione, eppure oggi ricorre un anniversario di morte. Una fine che non potrà mai essere accettata dai familiari perché quella sporca piovra fatta di fogna e merda, definita mafia ha strappato per quel potere criminale ambizioso, due giovani vite in quegli anni ’80 a due giovani carabinieri trentenni.
Ieri c’è stata la lunga requisitoria, molto articolata del procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Vincenzo Lombardo il quale ha ricostruito ogni dettaglio di quanto accaduto agli inizi degli anni novanta della cosiddetta “’ndrangheta stragista”, e proprio quando in quel maledetto 18 gennaio ci furono gli attentati ai due militari dell’arma dei carabinieri.
Alla fine della requisitoria del pm Lombardo, dove erano presenti anche il procuratore capo di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri e il procuratore nazionale antimafia Federico de Raho (ex procuratore capo di Reggio Calabria), è stato chiesto l’ergastolo per Rocco Filippone, mammasantissima di Melicucco, con isolamento diurno per tre anni. E l’altro ergastolo per il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, anch’egli l’isolamento diurno per tre anni.
Si manifesta così, una responsabilità congiunta dei Cosa nostra e ‘Ndrangheta dietro le stragi e gli attentati che tra il dicembre 1993 e il febbraio 1994, sono stati perpetrati contro i carabinieri in Calabria.
Bombardieri ha detto in aule, “Sono state provate circostanze concrete per cui i fatti contestati si inseriscono in un disegno complessivo stragista e non come gesti criminali estemporanei commessi da giovanissimi delinquenti. Dietro c’era ben altro. Una storia criminale che si interseca con vicende dolorose del nostro Paese. Si è dimostrato, oltre ogni ragionevole dubbio che i carabinieri sono state vittime sacrificate in un più ampio disegno stragista, opera delle mafie, ma di cui i mandanti sono ancora occulti”.
Vincenzo Garofalo era di Scicli in provincia di Ragusa e in quel maledetto 18 gennaio 1994 lasciava una moglie vedova e due figli, uno di tre anni e l’altro di tre mesi, il padre nemmeno lo ricorderanno, ma sanno che è stato un eroe.
Antonino Fava, ci tocca anche da vicino il dolore, essendo un taurianovese, luogo dove questo giornale ha la Redazione, lui viene continuamente ricordato perché la villa comunale porta il suo nome. E quel Antonino Fava, quella “Villa Antonino Fava” voluta dal compianto sindaco Emilio Argiroffi, dev’essere un simbolo contro le mafie e per non dimenticare che quella “montagna di merda” è viva e che non bisogna mai abbassare la guardia, sia dal punto di vista giudiziario che civile. Nessuno può permettersi di sottrarsi, c’è bisogno di tutti. E sacrifici come quello di Fava e Garofalo dovrebbero essere sempre ricordati di continuo, anche quel dolore sarà sempre rinnovato per i familiari, dovrebbero essere come punti di riferimento per le nuove generazioni perché si è “servitori dello Stato” anche quando si perisce e non si è in questa terra, la fedeltà, la garanzia della libertà e del rispetto delle regole come baluardo della legalità dovrebbero essere condizioni assiomatiche per ogni singolo individuo contro le mafie.
Anche Antonino Fava ha lasciato una moglie e due figli, Ivana di sei anni e Valerio di tre.
Oggi la figlia Ivana ha seguito le orme del padre ed è un ufficiale dei carabinieri. Del padre ricorderà quello che la stessa ha dichiarato in un’intervista, “Ci vediamo domani” seguito da un bacio sulla fronte e poi…
Adesso si attende giustizia per due servitori dello Stato caduti per uno sporco patto tra “montagne di merda” criminali.

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