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TAURIANOVA (RC), FRIDAY 14 MAY 2021

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Buonasera signorina, buonasera Quando il camice non fa il medico

Buonasera signorina, buonasera Quando il camice non fa il medico
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“Posso parlare col dottore?” “Sono io.” Quante volte, io e le mie colleghe, ci siamo trovate davanti a quell’espressione di malcelata e imbarazzata sorpresa, dipinta sul volto di pazienti e parenti? Parlo al femminile perché, generalmente, questo scambio di battute viene messo in scena se il medico che si trova a interloquire è una donna. Siamo ancora un po’ vittime di un certo retaggio culturale per cui il “dottore” è uomo, ancor meglio se coi capelli brizzolati. La stessa tara sociologica per cui se ti sbatti una notte per salvare la vita a un cristiano, poi lui si effonde in ringraziamenti verso il primario o verso un altro dottore “vero”, semmai.

Nella mia breve carriera ho già interpretato diversi ruoli e vestito, con grande disinvoltura e trasformismo, i panni di molteplici figure. Sono stata OSS, donna delle pulizie, segretaria del primario. Ho preso anche la laurea in scienze infermieristiche ad honorem. Ho una raccolta di simpatici aneddoti basati su equivoci, con tanto di rimproveri per non aver adempiuto con diligenza ai miei doveri di infermiera, che potrei scriverci un libro. Diciamolo: siamo nel 2017 ma per alcuni ruoli la donna, specie se giovane, e ancor peggio se alta un metro e una nocciolina, gode di scarsissima credibilità. Ci vuole le physique du rôle.

Ormai mi sono rassegnata. Faccio il giro la domenica e a fine giornata trovo pazienti che si lamentano perché “I dottori stamattina non sono passati”, faccio ambulatorio e quando mi alzo dalla scrivania e mi avvicino a loro col fonendo per visitarli, leggo sui loro volti stupore e disorientamento. A volte ti trovi a dover consolare un utente dispiaciuto per la gaffe e a risollevarlo dal suo imbarazzo: “Non c’è problema, succede sempre!”; in altre occasioni, invece, la delusione li investe con la stessa violenza di un’onda anomala che camuffare quello stato d’animo diventa impossibile. Come una notte in pronto soccorso. “Ecco, è arrivata la cardiologa: parli con lei”. Faccia tra lo schifato e il perplesso. “Ah. È lei il cardiologo?”. Che ti verrebbe da rispondere: “No, ma stasera non c’era niente di meglio in giro e mi sono messa un camice per venire a giocare al dottore”. Finché mi chiamano signorina, poi, lascio correre. È quando mi chiamano signora che non riesco ad accettarlo. Mi fa sentire come una sorta di Miss Pony in Candy Candy.

Ma si sa, da tutte le situazioni bisogna sempre prendere il meglio: io, ad esempio, quando mi trovo stretta da parenti aggressivi animati da spirito polemico non mi perdo d’animo ma approfitto del misunderstanding ricorrente per inviarli dal “dottore”, magari da quello altrettanto “disposto” al confronto, per fare tutti felici. Così come non mi dispero se qualcuno, dopo essere entrato in ambulatorio, esprime il desiderio di essere visitato dal dottor “Tal dei Tali” piuttosto che da me. Sono democratica e non soffro di gelosia: non tengo nessuno stretto a me. Tanto mi pagano uguale.

È che la fiducia te la devi guadagnare sul campo, dimostrando giorno dopo giorno quanto vali, mentre ad alcuni colleghi il camice bianco conferisce un’immediata aura di autorevolezza e sapienza: lo portano con una classe innata, come quella della Borromeo nel vestire quel meraviglioso abito nuziale di Armani. Mica saremmo state tutte splendide come lei con quel vestito. No. Noi abbiamo sempre quell’aria di chi si è messo il camice di qualcun altro: l’orlo troppo lungo, i risvolti alle maniche, i fogli con gli appunti che vengono fuori dalle tasche.

E poi, ammettiamolo: nonostante tutto non è male, a quarant’anni, essere scambiata per una tirocinante, con buona pace di una specializzanda che, in un gruppo, a questa mia stessa affermazione, rispose acidamente facendomi notare che anche volersi sentire sempre giovani è frutto di un certo retaggio culturale. Sicuramente sarà stata una di quelle col camice perfettino. Quelle che si sentono al vertice della scala sociale solo perché hanno una laurea in medicina. Quelle che volano tre metri sopra il cielo se si sentono chiamare “dottoressa”. Quelle che non hanno ancora imparato che leggerezza e umiltà sono doti fondamentali in questo mestiere. Come l’ironia e il sorriso, che ti aiutano a sopportare tanti atteggiamenti sgradevoli e a trovarne il lato comico per sopravvivere. Sempre finché dall’altra parte c’è solo una “diffidenza” legata a un certo condizionamento culturale e psicologico. Se invece viene a mancare il rispetto tout court, come sovente accade, beh, quella è un’altra storia.