Germano Ventura, “Così la guerra in Medio Oriente sta svuotando i portafogli degli europei”

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Intervista a Germano Ventura, manager della logistica internazionale

L’impennata dei prezzi che sta colpendo famiglie e imprese europee non è un fenomeno casuale, ma il risultato diretto di tensioni geopolitiche sempre più instabili. La guerra in Medio Oriente, in particolare, sta generando un effetto domino che attraversa energia, trasporti e beni di consumo.
Per comprendere meglio cosa sta accadendo, abbiamo intervistato Germano Ventura, manager con oltre vent’anni di esperienza nella logistica internazionale.
Dottor Ventura, partiamo dalla domanda più immediata: perché una guerra lontana incide così tanto sui prezzi che paghiamo ogni giorno?
«Perché oggi l’economia è completamente interconnessa. Il Medio Oriente è uno snodo cruciale per energia e commercio globale. Quando lì si accende un conflitto, si alza immediatamente il livello di rischio percepito: questo fa aumentare i prezzi del petrolio, del gas e dei trasporti marittimi. E questi aumenti arrivano rapidamente fino al consumatore finale.»
Qual è il primo effetto concreto che lei osserva nel settore logistico?
«Il primo segnale è l’aumento dei costi di trasporto. Le compagnie marittime e assicurative applicano sovrapprezzi per coprire i rischi legati alle rotte più esposte. Alcune navi evitano determinate aree, allungando i percorsi. Questo significa più tempo e più carburante, quindi costi più alti.»
Quindi non è solo una questione di energia?
«Assolutamente no. L’energia è il detonatore, ma poi si attiva una catena. Se trasportare merci costa di più, aumentano i prezzi di tutto: alimentari, elettronica, materie prime. Anche prodotti apparentemente “locali” dipendono da componenti o fertilizzanti che arrivano dall’estero.»
In Italia e in Europa, chi sta pagando il prezzo più alto?
«Senza dubbio le famiglie e le piccole imprese. Le grandi aziende hanno strumenti per assorbire gli shock, almeno nel breve periodo. Ma una piccola impresa o una famiglia no: se aumentano bollette, carburante e spesa alimentare, l’impatto è immediato e pesante.»
Torniamo all’intervista. Molti parlano di un ritorno dell’inflazione. È uno scenario realistico?
«Non è solo realistico, è già in atto. Non parliamo più di una semplice oscillazione dei prezzi, ma di una pressione costante. Il rischio è una nuova fase inflattiva alimentata proprio dai costi energetici e logistici.»
Il settore dei trasporti terrestri quanto sta soffrendo questa fase?
«Moltissimo. È il segmento più esposto perché lavora con margini già ridotti. Quando il carburante aumenta, non c’è spazio per assorbire il costo: viene trasferito lungo la filiera. E questo impatta direttamente sui prezzi al consumo.»
Ci sono segnali che la situazione possa migliorare a breve?
«Nel breve termine è difficile essere ottimisti. Finché la situazione geopolitica resta instabile, i mercati continueranno a reagire con volatilità. E la volatilità si traduce sempre in prezzi più alti.»
C’è qualcosa che governi e istituzioni possono fare concretamente?
«Possono intervenire, ma con margini limitati. Possono ridurre la pressione fiscale su energia e carburanti o sostenere le fasce più deboli. Ma il vero nodo resta internazionale: senza stabilità geopolitica, ogni intervento sarà solo temporaneo.»
In conclusione, come descriverebbe questa fase economica in una frase?
«È una crisi silenziosa ma profondissima: non fa rumore come una recessione improvvisa, ma erode lentamente il potere d’acquisto e la fiducia. Ed è proprio questo che la rende particolarmente pericolosa.»
L’intervista con Germano Ventura restituisce un quadro chiaro: la guerra non resta mai confinata ai campi di battaglia. Attraverso energia e logistica, entra nelle case, nei supermercati e nelle imprese, trasformandosi in una pressione quotidiana che rischia di ridefinire gli equilibri economici dei prossimi anni. E il settore dei trasporti terrestri, spesso invisibile, si conferma uno degli ingranaggi più colpiti — e decisivi — di questa crisi.