Dai Roll up a Palamara: così il cittadino vota non ciò che ha capito ma quello che gli hanno fatto temere
Feb 28, 2026 - redazione
di Antonino Napoli
C’è una malattia che in Italia non passa mai di moda: trasformare ogni questione tecnica in una guerra di religione. Stavolta tocca alla riforma della giustizia. Dove dovrebbe parlarsi di assetti costituzionali, di equilibrio tra poteri, di organizzazione del CSM, si parla invece di bandiere, di appartenenze, di simpatie e antipatie personali.
Davanti al tribunale di Reggio Calabria spuntano roll up per il No come se si trattasse di una campagna elettorale permanente. Nei convegni del Sì il frontman diventa Luca Palamara, simbolo — piaccia o non piaccia — di quella stagione correntizia che la riforma vorrebbe superare. E così il messaggio si rovescia: invece di discutere delle regole, si discute dei volti. Invece di affrontare i meccanismi, si evocano i fantasmi.
È il trionfo dell’immagine sul contenuto. Il Sì non è più la proposta di un diverso equilibrio tra accusa e giudizio; il No non è più la difesa di un modello costituzionale. Diventano schieramenti. Curve da stadio. Tifoserie che si alimentano di slogan e di uscite sopra le righe.
Quando un referendum tecnico si carica di simbolismi politici, il cittadino medio smette di chiedersi “che cosa cambia?” e comincia a domandarsi “da che parte sto?”. È la sconfitta della ragione. Perché la giustizia — che dovrebbe essere la casa della misura — finisce prigioniera dell’enfasi.
Le frasi ad effetto, le provocazioni, le iperboli servono a guadagnare un titolo di giornale, non a spiegare un articolo di legge. E ogni volta che un protagonista della campagna, per il Sì o per il No, alza il tono, la riforma arretra di un passo. Perché più cresce il rumore, meno si sente la sostanza.
Si dirà: è la politica. Ma qui non si vota un governo. Si vota un assetto istituzionale che dovrebbe durare decenni. E se la discussione scivola sul terreno dell’ideologia, diventa impossibile valutare serenamente se la separazione delle carriere rafforzi o indebolisca le garanzie, se un’Alta Corte disciplinare sia un presidio di autonomia o un varco per nuove interferenze.
La degenerazione informativa è tutta qui: nel sostituire l’analisi con la caricatura. Il Sì diventa una resa dei conti contro le toghe; il No un baluardo contro l’autoritarismo. E nessuno si prende la briga di spiegare davvero al cittadino quali saranno le conseguenze concrete.
Per qualcuno l’Italia ama i drammi più delle riforme. Perché il dramma scalda il sangue, mentre la riforma chiede pazienza e studio. Ma la giustizia non è un melodramma. È un ingranaggio delicato. E chi lo usa per fare propaganda finisce per romperlo.
Forse servirebbe meno palcoscenico e più sobrietà. Meno roll up davanti ai tribunali e più articoli letti riga per riga. Meno frontman e più giuristi. Perché quando il confronto da tecnico diventa ideologico, la verità — come sempre — resta fuori dall’aula. E il cittadino vota non ciò che ha capito, ma ciò che gli hanno fatto temere.




