Conoscere per deliberare

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dell’avv. Antonino Napoli

Il recente confronto andato in onda su Piazza Pulita, condotto da Corrado Formigli, tra Alessandro Sallusti e Gianrico Carofiglio ha riportato al centro dell’attenzione un tema antico ma sempre attuale: è opportuno discutere di questioni tecniche, in particolare giuridiche, senza possederne una conoscenza adeguata?
Il dibattito pubblico, soprattutto in vista di un referendum, tende inevitabilmente a semplificare. La televisione privilegia il confronto serrato, lo slogan, la battuta efficace. Ma quando l’oggetto della discussione riguarda norme, procedure, effetti giuridici complessi, il rischio di trasformare un tema tecnico in uno scontro ideologico è altissimo. E con esso cresce la possibilità di disinformare, anche involontariamente, i cittadini chiamati a decidere.
Un referendum non è un sondaggio d’opinione: è uno strumento costituzionale che produce effetti concreti sull’ordinamento. Le questioni giuridiche che vi sono sottese — che si tratti di responsabilità, garanzie processuali, assetti istituzionali o diritti fondamentali — richiedono competenze specifiche. Non si tratta di rivendicare un monopolio degli “esperti”, ma di riconoscere che il diritto è un sistema tecnico, fatto di principi, gerarchie delle fonti, interpretazioni consolidate e conseguenze applicative non sempre intuitive.
Il confronto tra opinioni è il cuore della democrazia. Tuttavia, opinioni e competenze non sono sinonimi. In un ambito tecnico, l’assenza di conoscenza può portare a sovrapporre piani diversi: quello politico (ciò che si desidera) e quello giuridico (ciò che la norma effettivamente prevede e produce). La conseguenza è una narrazione semplificata che rischia di generare convinzioni errate su cosa realmente si andrà a votare.
In questo senso resta attualissimo il monito di Luigi Einaudi: “Conoscere per deliberare”. Non è una formula elitaria, ma una regola democratica. Il voto è libero solo se è informato. La deliberazione popolare presuppone che il cittadino abbia accesso a informazioni corrette, plurali e fondate.
Ciò non significa che solo i giuristi possano esprimersi su un referendum in materia di diritto. Significa, piuttosto, che chi interviene nel dibattito pubblico — giornalisti, opinionisti, politici — dovrebbe distinguere con chiarezza tra valutazioni personali e descrizione tecnica delle norme. E dovrebbe assumersi la responsabilità di studiare i testi, comprenderne la portata e spiegare con onestà intellettuale le conseguenze delle scelte proposte.
La democrazia diretta è uno strumento potente, ma delicato. Funziona quando il confronto è serio, informato, rispettoso della complessità. Si indebolisce quando il dibattito si riduce a tifoseria o a esercizio retorico su temi che richiedono rigore.
In definitiva, non si tratta di limitare la libertà di parola, ma di valorizzarne la qualità. Perché decidere è un diritto. Ma decidere bene è una responsabilità. E la responsabilità, in una democrazia matura, passa sempre dalla conoscenza.