Catanzaro non è un esilio. È Italia

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Catanzaro non è un esilio. È Italia

Di Claudio Maria Ciacci

Chi scrive non ha vissuto il Capodanno trasmesso da Rai Uno da Catanzaro. Un lutto familiare ha imposto il silenzio, quello autentico che accompagna il dolore e invita al raccoglimento. Ma vi sono momenti in cui il silenzio non può diventare rinuncia. Quando viene toccata la dignità di una terra, la parola torna a essere un dovere.

Scrivo da Belcastro, borgo antico della Calabria, luogo che non ha nulla da invidiare alle città più celebrate quando si parla di storia e cultura. Qui si erge il Castello dei Conti d’Aquino, testimonianza concreta di una civiltà che ha dato all’Europa San Tommaso d’Aquino, Dottore della Chiesa, pensatore universale, colonna del pensiero occidentale. È la prova storica che anche i borghi, spesso liquidati come “marginali”, custodiscono radici profonde e una grandezza che non ha bisogno di proclami.

Da qui, da una Calabria fatta di pietra, memoria e identità, scrivo come cittadino di questa regione e dell’Italia intera. Perché la Calabria non è una periferia culturale: è una delle fondamenta su cui si è costruita la nazione.

L’articolo pubblicato da Fanpage sul Capodanno di Catanzaro non si limita a una critica televisiva. Evoca, in filigrana, un’idea più pericolosa: che vi siano luoghi legittimati a rappresentare l’Italia e altri destinati a rimanere comparse. È una visione antica, figlia di un centralismo culturale che ha spesso confuso la modernità con l’arroganza.

Se Cristo, come scrisse Carlo Levi, si fermò a Eboli, viene da chiedersi se certa narrazione mediatica non si sia fermata ancora prima, magari a Napoli, che fu capitale di un grande Regno, senza mai spingersi oltre, verso quella parte d’Italia che non chiede indulgenza, ma rispetto.

Catanzaro non è un esilio. È una città italiana con una storia millenaria, capoluogo di regione, crocevia di civiltà. La Calabria ha donato alla nazione pensiero, letteratura, visione:

Cassiodoro, custode della tradizione classica;

Tommaso Campanella, filosofo dell’ordine e della libertà;

Corrado Alvaro, coscienza morale del Novecento;

Saverio Strati e Nicola Misasi, narratori di un’Italia profonda e vera;

fino a Raffaele Mattioli, protagonista della storia economica nazionale.

Per correttezza va ricordato che l’evento è stato voluto dalla RAI, dalla Regione Calabria, dal Comune di Catanzaro e dalla Film Commission Calabria. La Regione è guidata da un’amministrazione di centrodestra, mentre la città è governata da una giunta di centrosinistra: un dato che basta a dimostrare come l’iniziativa abbia superato ogni steccato, ponendosi nel segno dell’interesse generale e della rappresentazione dell’Italia nella sua interezza.

La cultura non va in esilio nei luoghi che conservano memoria, fede, pensiero. Se qualcosa è andato smarrito, non è a Catanzaro né a Belcastro, ma in quella presunzione che scambia l’ironia per intelligenza e la distanza per superiorità.

L’Italia non è fatta solo di vetrine. È fatta di città e borghi, di popoli e tradizioni, di storia stratificata. Difendere Catanzaro significa difendere l’idea stessa di nazione: una, continua, consapevole delle proprie radici.

E chi ama davvero l’Italia, non ne deride mai una parte.

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