Caso Siderno, niente più retate “spettacolari”: il cambio di metodo nelle inchieste antimafia in Calabria

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Caso Siderno, niente più retate “spettacolari”: il cambio di metodo nelle inchieste antimafia in Calabria
A Siderno la DDA di Reggio Calabria ha eseguito sette arresti nei confronti di presunti appartenenti al clan Commisso, cosca storicamente radicata nella Locride e con ramificazioni internazionali, fino agli Stati Uniti. Ma, questa volta, a fare notizia non è tanto il numero degli arrestati — relativamente contenuto rispetto alle grandi operazioni del passato — quanto il metodo.
Dalle carte dell’inchiesta emerge un episodio che coinvolge un assessore comunale, non indagato — come hanno chiarito gli stessi magistrati — il quale ha tuttavia rassegnato le dimissioni. Secondo quanto ricostruito, l’ex amministratore si sarebbe rivolto a un soggetto oggi ritenuto capo del clan per risolvere una questione personale legata al figlio, e in cambio avrebbe accelerato alcuni interventi di pulizia urbana.
Un fatto disdicevole, certamente grave sul piano etico e politico, ma che non ha determinato un’inchiesta a carico dell’amministratore né l’apertura di un fronte giudiziario nei confronti del Comune. In passato, episodi del genere avrebbero probabilmente prodotto ben altre conseguenze: arresti eccellenti, apertura dei telegiornali nazionali, riflettori puntati sulla Calabria come paradigma del malaffare, fino al possibile scioglimento del consiglio comunale con l’accusa di condizionamento mafioso.
Questa volta, invece, la magistratura ha scelto una linea diversa: circoscrivere le responsabilità, distinguere nettamente tra condotte penalmente rilevanti e comportamenti politicamente inopportuni, senza estendere automaticamente l’ombra dell’associazione mafiosa all’intera amministrazione.
È un cambio di metodo che segna una discontinuità rispetto alla stagione delle maxi-retate e delle operazioni ad alto impatto mediatico. Una fase storica in cui il “nome pesante” e i grandi numeri finivano spesso per dominare il racconto pubblico, alimentando un’immagine collettiva della Calabria come territorio irrimediabilmente soggiogato.
Oggi l’impressione è diversa: indagini più chirurgiche, mirate a colpire le responsabilità individuali senza generare effetti collaterali devastanti sul tessuto sociale e politico locale. Nessuno scioglimento del consiglio comunale, nessun commissariamento automatico, nessuna gogna mediatica generalizzata. Solo il perseguimento dei reati accertati e la separazione tra piano giudiziario e piano politico.
Si può discutere sull’efficacia dei modelli repressivi del passato, ma è evidente che la sobrietà investigativa — quando accompagnata da rigore e risultati processuali — contribuisce a rendere più credibili le inchieste e meno traumatizzante il loro impatto sulle comunità.
Colpire i responsabili senza trasformare un’intera città in imputata permanente: forse è questa la vera novità.