Al Te Deum di fine anno 2025(Cattedrale di Locri)

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Al Te Deum di fine anno 2025(Cattedrale di Locri)

Anche quest’anno, grazie a Colui che dispone ogni cosa, possiamo cantare il Te Deum laudamus. Lo facciamo a conclusione di un anno ricco di eventi, di celebrazioni, di incontri. Con tante fatiche e prove, ma con la gioia nel cuore che il Signore ci è stato vicino e ci ha donato la forza di andare avanti. Per questo diciamo: Grazie! Grazie a Te, Padre buono e a quanti hai messo sul nostro cammino.
Con il Te Deum cantiamo la glorificazione della Trinità che si estende ad ogni creatura: il cielo, la terra, gli angeli, le potenze dei cieli, il coro degli apostoli e le schiere dei martiri. Con tutto ciò che esiste cantiamo e lodiamo Dio. Benediciamo e lodiamoogni giorno il suo nome per sempre, riconoscendo di essere uomini e donne che non fissano lo sguardo solo sulle cose visibili, che sono d’un momento, ma su quelle invisibili che sono eterne (2Cor 4,18).
Celebrano quest’anno gli 800 anni dalla morte di san Francesco facciamo nostre le sue lodi dell’altissimo e sommo Dio:
“Niente dunque ci ostacoli, niente ci separi, niente si interponga a che noi tutti, in ogni luogo, in ogni ora e in ogni tempo, ogni giorno e ininterrottamente crediamo veracemente e umilmente e teniamo nel cuore e amiamo, onoriamo, adoriamo, serviamo, lodiamo e benediciamo, glorifichiamo ed esaltiamo, magnifichiamo e rendiamo grazie all’altissimo e sommo eterno Dio, Trinità e Unità, Padre e Figlio e Spirito Santo, Creatore di tutte le cose e Salvatore di tutti coloro che credono e sperano in lui” (dalla Regola non bollata di San Francesco di Assisi).
Si chiude un anno ricco di imprevisti di ogni tipo. Ma sempre il Signore è stato benevole con noi, ci ha fatto sentire la sua vicinanza,sostenendoci e mostrandoci vie e soluzioni. Si conclude un anno ese ne apre un altro, che non sarà lo stesso. Lo Spirito, che guida la chiesa, è novità, porta rinnovamento, indica nuovi sentieri mostrandoci la bellezza di una vita nuova. Sostiene la vita di noi sacerdoti e di quanti operano attivamente nella chiesa la speranza di continuare a camminare, “non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo, la cui vita irradii fervore” (EN 80).
Nell’anno trascorso non sono mancati momenti, in cui sembrava di essere nella “notte oscura dello spirito”. È quello che accade quando ti sembra che Dio sia assente e la fede sembra vacillare. O quando senti prevalerele umiliazioni, le sconfitte, la solitudine. O quando sei preso dalla tentazione di credere che seguire Cristo non cambi le sorti della tua terra ed il tuo faticare sia vano.
Nella mia recente lettera Pastoraleho parlato della nostra situazione ecclesiale in continua trasformazione negli ultimi anni. Fenomeni contrari sembrano mettere in crisi la sua identità cristiana. La secolarizzazione entra nelle case. Nei paesi e nelle campagne, si va delineando una società,ove il riferimento a Dio ed alla fede cattolica è molto debole. Aumentano i gruppi di diverso credo, che fanno presa soprattutto tra coloro che sono insoddisfatti della proposta cristiana, trasmessa per le vie tradizionali, incapace di rispondere ai nuovi e più profondi interrogativi su Dio, sulla fede, sulla ricerca di senso della vita. Laddove la fede è rimasta a livello superficiale, senza convinzione, si sviluppa una religiosità senza appartenenze, fai da te, sradicata da qualunque verità impegnativa e orientativa delle proprie scelte di vita. Un credo che il sociologo, Zygmunt Bauman, denominerebbe una “religione minima”, fatto di una spiritualità flessibile, slegata dalle verità di fede e da quella religiosità tradizionale che ha contraddistinto la nostra storia. In poche parole, una religione, senza radicamenti ed appartenenze, libera di muoversi in un soggettivismo religioso senza radici ed identità. Ognuno si sente libero di professare il credo a modo proprio. La religione tradizionale perde di senso e soprattutto non incide più nelle scelte quotidiane. Diventa difficile il confronto, il dialogo, non resta che rifugiarsi nel piccolo gruppo che dà sul momento sicurezza sulla base di relazionalità limitate e accondiscendenti. Prevalgono logiche mondane nel leggere le vicende della storia e nel modo di affrontare la vita. Il profitto, l’interesse personale, le prevalenti logiche economiche, il denaro e gli affari sono valori assoluti che ispirano comportamenti non più coerenti con la fede cattolica. Anche nella nostra terra si fa strada una cultura molto pervasiva, che sembra fare a meno di Dio, ma non viene meno paradossalmente il bisogno di Lui. In questo contesto si aprono per la nostra chiesa nuove prospettive di impegno missionario per una evangelizzazione che ha bisogno di riscoprire la freschezza e l’attualità del Vangelo. La grande missione che ci attende è rimuovere ogni ostacolo che impedisce l’incontro con la realtà di un Dio che facendosi uomo ha ridato dignità alla nostra umanità. La nostra terra ha bisogno di speranza e di uomini e donne che l’amino veramente, che credano nel valore della comunità e del bene comune. Le divisioni, interne, le chiusure localistiche, l’eccessivo frazionamento delle comunità non favorisce lo sviluppo del territorio. Giova al contrario una politica di ampie prospettive che unisce i territori in una visione d’insieme.
In questi anni in cui ho servito questa Chiesa, ho avuto modo di conoscere la bellezza di tanta umanità presente nel nostro territorio. Penso all’esperienza vissuta nei tre anni di visita pastorale, in cui percorrendo il territorio diocesano, ho incontrato tanta umanità: l’umanità della sofferenza vissuta nel silenzio della casa, condivisa nella fede e nel reciproco aiuto, quella dell’uomo che paga gli errori commessi con la speranza di rialzarsi. Penso a coloro che con creatività e laboriosità portano avanti attività lavorativa in piccole aziende, che danno speranza a tante famiglie. Penso a quanti rendono feconda la nostra terra con il loro lavoro e la custodiscono. Penso ai giovani che frequentano le scuole del territorio, che impiegando le proprie risorse intellettive conseguono una degna formazione che darà frutto a suo tempo, anche se molti di loro saranno costretti ad andare in cerca di lavoro.
Il cammino che ci sta davanti è ricco di incognite. L’unica cosa certa è che Lui, il Signore, è il vivente, sempre vicino. Celebrando il concilio di Nicea, 1700 anni dopo, abbiamo rinnovato la nostra fede in Gesù Salvatore
. Ci siamo confermati nella certezza che la Sua presenza, discreta e liberante, parla direttamente al cuore ed alla vita e ci dona pace.Luiè la roccia su cui costruire l’edificio di una esistenza.
Questa sera con il canto del Te Deumdaremo lode aLui, che ci ha redento con il suo sangue prezioso. Verseremo nel calice dell’Eucaristia le fatiche e le sofferenze che ci portiamo dentro, le offese arrecate o ricevute, i fallimenti e le sconfitte, ma anche il bene che siamo riusciti a compiere. Tutto deponiamo nel calice e chiediamo a Dio di trasformarlo in germe di vita nuova.
A Dio chiediamo di far risplendere il suo volto su di noi. Dio nessuno l’ha mai visto, per sua natura, è invisibile. Mail suo Volto illumina il nostro cammino. Egli stesso desidera che lo ricerchiamo: «Il mio cuore ripete il tuo invito: “Cercate il mio volto!” Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto» (Salmo 27,8-9). L’intera storia biblica ci racconta il “progressivo svelamento del volto di Dio fino a raggiungere la sua piena manifestazione”nel mistero del natale. Dio Infinito si lascia vedere nel volto umano di un bambino, il figlio della Vergine Maria, che oggi veneriamo come Madre di Dio. Come mamma, è stata Lei la prima a vedere il volto di Dio fatto uomo nel figlio appena partorito. Ed anche Gesù bambino il primo volto che vede è quello della madre. Il volto della madre è decisivo per essere un ‘figlio della pace’ (Lc 10,6). La pace incomincia proprio da uno sguardo rispettoso, che riconosce nel volto dell’altro una persona, qualunque sia il colore della sua pelle, la sua nazionalità, la sua lingua, la sua religione. Solo Dio può garantire la “profondità” del nostro sguardo, che ci fa cogliere nel volto dell’altro un fratello in umanità, non un mezzo ma un fine, non un rivale o un nemico, ma un altro me stesso, un frammento prezioso dell’infinito mistero di Colui che ci ha creato.
Il dono della pace è ciò che chiediamo in questa celebrazione. Per noi e per il mondo intero. Solo Gesù, principe della pace, può portarci la pace, “la pace del risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente”. Non c’è futuro quando imperversa la guerra, quando si innesca una folle corsa agli armamenti, quando si pensa che la guerra è ineludibile. Cristo è venuto sulla terra e ha assunto la nostra carne per dirci che solo la pace assicura la speranza e il futuro dei popoli. Nel messaggio per la 59 giornata mondiale della pace papa Leone chiede che “ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono”. Lo chiede anche alla nostra chiesa. In un contesto mondiale in cui sembra ci si stia rassegnando alla guerra siamo tutti chiamati a “mostrare che la pace non è un’utopia”. Sant’Agostino, indirizzandosi alla sua comunità, scriveva: «Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi; siate voi anzitutto saldi nella pace. Per infiammarne gli altri dovete averne voi, all’interno, il lume acceso».
Il Giubileo ci ha esortato ad essere pellegrini, pronti “ad avviare in sé stessi quel disarmo del cuore, della mente e della vita cui Dio non tarderà a rispondere adempiendo le sue promesse”.
Invochiamo Maria, Madre di Dio, Regina della Pace, perché interceda presso il suo Figlio Gesù e faccia risplendere su di noi il suo volto e ci conceda pace. Amen!