Il disagio sociale non si mette a tacere con il carcere

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Di Antonino Napoli

C’è un errore antico, che si ripropone ad ogni protesta contro il governo, che è quello di confondere la manifestazione del disagio con le sue degenerazioni e condannare gli effetti senza interrogarsi sulle cause, invocando la repressione quando sarebbe necessario esercitare la virtù, spesso purtroppo difficile per i governi di destra, dell’ascolto.
Le proteste che in questo periodo attraversano la Francia e l’Italia, pur nelle loro diverse manifestazioni, non possono essere comprese prescindendo dal contesto economico e sociale nel quale maturano. L’aumento del costo della benzina, dell’energia ed in generale del costo della vita, la precarietà del lavoro, la difficoltà di sostenere le spese essenziali e la progressiva erosione del potere d’acquisto alimentano, soprattutto tra le fasce più deboli, un sentimento di insicurezza che non può essere liquidato come semplice insofferenza o strumentalizzazione politica.
Sia chiaro, nessuna ragione sociale può trasformarsi in una licenza di danneggiare i beni altrui, aggredire le persone o violare la legge. La protesta non conferisce un’immunità morale né giuridica a chi commette illeciti. Ma riconoscere questo principio non ci esonera da un’altra responsabilità, altrettanto importante, quella di comprendere le ragioni che portano tante persone a scendere in piazza.
Condannare la violenza è doveroso ma fare dei danni l’unico argomento del dibattito pubblico è un modo per sottrarsi alla discussione sulle ragioni della protesta. Né è sufficiente ricondurre ogni episodio violento all’azione di pochi infiltrati, come se bastasse individuare qualche responsabile per cancellare il malessere di una parte della società.
John Stuart Mill, nel suo saggio Sulla libertà, difendeva il confronto delle idee come condizione essenziale per la ricerca della verità. Una democrazia che ascolta soltanto le opinioni rassicuranti filo governative e considera pericolose quelle dell’opposizione ritenendo che disturbano l’ordine politico rinuncia progressivamente alla propria funzione critica. Il dissenso non è una patologia della democrazia, ma una sua componente costitutiva, purché si eserciti nel rispetto dei diritti altrui.
Anche la Costituzione italiana, riconoscendo la libertà di manifestazione del pensiero e il diritto di riunione pacifica, tutela il conflitto democratico, distinguendolo dalla violenza. Non ogni protesta è legittima in ogni sua modalità, ma neppure ogni protesta può essere giudicata attraverso gli eventuali illeciti commessi da alcuni dei suoi partecipanti.
Vi è poi un’altra questione che meriterebbe maggiore attenzione. Accanto alle manifestazioni che hanno registrato episodi di danneggiamento, ve ne sono state altre, soprattutto nel Mezzogiorno, anche nella vicina Gioia Tauro, pacifiche e rispettose della legge, che non hanno ricevuto la medesima attenzione nei telegiornali nazionali. Quando la narrazione pubblica privilegia esclusivamente gli scontri, il rischio è che il cittadino finisca per conoscere la cronaca della rabbia senza conoscere le ragioni del malessere. E poi quando però le conosce viene meno la credibilità dell’interlocutore.
Il potere, in una democrazia, non può limitarsi a conservare l’ordine, ma deve interrogarsi sulle condizioni nelle quali i cittadini vivono. Il diritto penale non può diventare la risposta ordinaria a problemi che nascono dalla disuguaglianza, dall’insicurezza economica e dalla perdita di fiducia nelle istituzioni né un’arma nelle mani del governo per evitare le proteste.
Da avvocato penalista, ritengo che la severità della pena non possa essere considerata, di per sé, la misura dell’efficacia di una politica pubblica. Negli USA, in 27 su 50 Stati? c’è ancora la pena di morte per gli assassini ma questo non ha ridotto, in quegli Stati ove permane la pena capitale, il numero degli omicidi. Creare nuovi reati, inasprire continuamente le sanzioni o prospettare il ricorso al carcere minorile come risposta privilegiata al disagio significa intervenire sulla manifestazione del problema senza necessariamente incidere sulle sue radici.
Il diritto penale è uno strumento indispensabile dello Stato di diritto, ma non è, né può diventare, una politica economica. Non crea occupazione, non restituisce potere d’acquisto alle famiglie e non garantisce ai giovani una prospettiva di futuro. La pena può sanzionare una condotta illecita, ma non può sostituire l’azione sociale dello Stato.
Per questo, prima di interrogarsi su quante pene aumentare o su quali nuove fattispecie incriminatrici introdurre, sarebbe opportuno domandarsi quali interventi siano necessari per sostenere le famiglie in difficoltà, contrastare la precarietà, garantire opportunità ai giovani e restituire dignità a chi vive ai margini della crescita economica.
La giustizia, intesa anche nel suo significato filosofico più profondo, non si esaurisce nella punizione di chi viola una norma ma richiede un ordinamento capace di perseguire il bene comune e di non abbandonare i più vulnerabili. Uno Stato che sa punire, ma non sa prevenire, rischia di essere forte con gli effetti e debole con le cause.
Ecco perché la politica dovrebbe sottrarsi alla tentazione di leggere ogni protesta attraverso il consenso immediato o il calcolo delle prossime elezioni. Governare non significa soltanto ristabilire l’ordine, ma comprendere perché quell’ordine sia diventato, per una parte dei cittadini, così difficile da accettare.
In questo quadro, anche il confronto televisivo dovrebbe recuperare la propria funzione civile. L’episodio che ha visto Bruno Vespa, in camicia nera, contrapporsi duramente a una giovane rappresentante degli studenti universitari pone una questione che va oltre i protagonisti e le loro intenzioni. Quando il confronto con chi protesta si trasforma in uno scontro personale, il rischio è che la forza della posizione pubblica prevalga sulla disponibilità ad ascoltare. Nessuna autorevolezza può sostituire il valore dell’argomentazione, tanto meno quando a esprimere il proprio disagio è una giovane generazione che chiede di essere presa sul serio.
Non basterà un difensore autorevole in televisione, né una nuova norma penale, a mettere a tacere le ragioni di chi non riesce più a sostenere il peso delle difficoltà quotidiane.
Le società non diventano più giuste quando smettono di ascoltare il dissenso, ma quando imparano a trasformarlo in occasione di riforma. La vera forza delle istituzioni non si misura soltanto nella capacità di reprimere chi viola la legge, ma soprattutto nella capacità di rimuovere, per quanto possibile, le condizioni che alimentano il conflitto.