Le proteste da Nord a Sud. È più facile spezzare un atomo che un pregiudizio!

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Mai come oggi questa celebre frase appare attuale. Basta osservare come vengono raccontate le proteste nel nostro Paese per rendersi conto che, a quanto pare, esistono due pesi e due misure: al Nord i manifestanti diventano teppisti, al Sud si tira subito in ballo la criminalità mafiosa.

Una narrazione che sembra obbedire più ai pregiudizi di chi la costruisce che alla realtà dei fatti.

Finché le proteste rimangono entro i confini della convenienza politica, tutto sembra tollerabile. Ma quando gli autotrasportatori decidono di fare sul serio, bloccando le strade per denunciare un problema concreto, quello del caro carburanti, ecco che scatta il riflesso condizionato di certa politica: delegittimare, criminalizzare, gettare ombre.

Eppure, la domanda è semplice: come si può chiedere a chi lavora di continuare a lavorare quando i costi rischiano di divorare i guadagni? Il carburante resta caro, la spesa quotidiana pesa sempre di più e arrivare alla fine del mese è diventato, per troppe famiglie, un esercizio di sopravvivenza. Una mancetta governativa può forse tamponare momentaneamente l’emergenza, ma non risolve il problema strutturale.

E sul prezzo del diesel resta una domanda legittima: se le forniture di petrolio aumentano, perché il consumatore continua a pagare così tanto? Naturalmente, il prezzo finale dipende da diversi fattori, ma proprio per questo servirebbero trasparenza, dati verificabili e risposte concrete, non slogan.

Nel frattempo, alcuni esponenti istituzionali evocano la criminalità organizzata a proposito delle proteste al Sud, richiamando episodi come il danneggiamento di alcuni pneumatici. Se ci sono responsabilità individuali, vanno accertate e perseguite. Ma un episodio isolato non può diventare il pretesto per infangare un’intera protesta, né tantomeno un intero territorio.

Da quando la responsabilità penale si attribuisce per appartenenza geografica anziché sulla base di fatti e prove?

E allora viene spontanea un’altra domanda: perché al Nord si parla di teppismo e al Sud si evoca immediatamente la mafia? Perché non applicare lo stesso metro di giudizio ovunque? La criminalità organizzata non conosce confini regionali e i suoi interessi economici si intrecciano anche con i grandi centri finanziari e produttivi del Nord, Milano compresa. Fingere che il fenomeno abbia una sola collocazione geografica significa raccontare una realtà parziale.

A rendere il quadro ancora più preoccupante si aggiungono le norme che restringono gli spazi della protesta e le denunce nei confronti di alcuni autotrasportatori. Il diritto di manifestare non è illimitato, ma le eventuali violazioni devono essere valutate secondo la legge, senza trasformare automaticamente il dissenso in un problema di ordine pubblico da reprimere.

Perché il punto è proprio questo: quando protestano i lavoratori, bisognerebbe prima ascoltare le ragioni della protesta e poi accertare eventuali illeciti, non cercare un’etichetta con cui screditarli.

E mentre la politica si perde nelle sue contrapposizioni, la realtà continua a bussare alle porte delle famiglie. C’è chi non sa come arrivare a fine mese, chi non riesce più a sostenere le spese essenziali e chi guarda con preoccupazione persino agli scaffali dei supermercati, temendo le conseguenze di eventuali interruzioni prolungate dei rifornimenti.

Questa è la vera emergenza. Non la propaganda, non le etichette geografiche, non la ricerca del nemico da esibire davanti alle telecamere.

Perché i pregiudizi sono duri a morire, soprattutto quando diventano strumenti politici. E l’incompetenza, come i nodi, prima o poi viene al pettine.

È più facile spezzare un atomo che un pregiudizio. Ma è ancora più difficile spezzarlo quando sono proprio le istituzioni, anziché combatterlo, ad alimentarlo.

E intanto, per tanti italiani, la domanda non è più chi abbia ragione nella polemica politica. La domanda è molto più drammatica: domani riuscirò a pagare le bollette, a fare la spesa e a mettere insieme il necessario per vivere?

Perché quando si arriva a temere di non poter garantire nemmeno l’essenziale, non siamo più davanti a una semplice protesta. Siamo davanti a un problema sociale che la politica non può continuare a ignorare.