Dalla libertà di critica alle minacce che invocano la fede: una vicenda che interroga la coscienza di tutti
«Dio li abbia in gloria». Oppure, al singolare, «Dio l’abbia in gloria». Sono espressioni della tradizione popolare e religiosa italiana che accompagnano il ricordo di chi non c’è più. Parole che richiamano la fede, la speranza nella vita eterna e il rispetto per la memoria dei defunti.
Parole che, proprio per il loro significato, dovrebbero essere associate alla pace, alla dignità e alla solidarietà umana. Eppure, quando il nome di Dio entra nel linguaggio delle minacce, il confine tra fede e intimidazione diventa una questione che non può essere ignorata.
Non è nostra intenzione alimentare polemiche con il sindaco di Gioia Tauro. Ma il video che ci è stato mostrato solleva interrogativi che meritano attenzione. Una vicenda che, al di là delle appartenenze politiche e delle interpretazioni personali, impone una riflessione sul linguaggio utilizzato nel confronto pubblico e sul rispetto che dovrebbe accompagnarlo.
Chi fa giornalismo conosce bene il peso delle parole e, purtroppo, anche quello delle intimidazioni. Lettere nelle cassette postali, email, PEC e messaggi di ogni genere: episodi che possono diventare parte di una realtà quotidiana per chi sceglie di raccontare i fatti, soprattutto quando le notizie toccano interessi, sensibilità e posizioni politiche differenti.
Raccontare la verità, o almeno cercare di ricostruirla attraverso i fatti, non significa pretendere di avere sempre ragione. Significa assumersi la responsabilità di informare, accettando anche le critiche e il dissenso. La libertà di stampa non attribuisce a nessuno il privilegio dell’infallibilità, ma garantisce il diritto di raccontare e approfondire, nel rispetto delle regole e delle persone.
Ed è proprio per questo che abbiamo sempre riconosciuto a tutti il diritto di replica, la possibilità di esprimere la propria versione e di contestare ciò che viene pubblicato. Non chiediamo che tutti condividano la nostra linea editoriale, né pretendiamo un’uniformità di pensiero sulle questioni che attraversano la società.
Il confronto, anche duro, fa parte della democrazia. Le divergenze politiche sono legittime. Le critiche sono necessarie. Ma ogni confronto deve mantenersi entro i confini del rispetto reciproco.
C’è, tuttavia, un aspetto che non possiamo liquidare con leggerezza: le minacce che richiamano il nome di Dio.
Nella lunga attività giornalistica e di direzione editoriale maturata sul territorio, episodi di questo genere rappresentano una questione particolarmente delicata. Non soltanto per chi li riceve, ma anche per il significato che assumono quando la religione, anziché essere richiamo alla pace e alla fratellanza, viene evocata in un contesto intimidatorio.
La fede appartiene alla coscienza delle persone. Non può diventare uno strumento per impaurire, condizionare o zittire chi esprime un’opinione. E il nome di Dio, qualunque sia la sensibilità religiosa di ciascuno, non dovrebbe mai essere trasformato in un’arma nel conflitto tra persone o istituzioni.
Non servono processi sommari, né condanne pronunciate senza aver chiarito i fatti. Servono serietà, trasparenza e la possibilità di comprendere esattamente che cosa sia accaduto. Ma serve anche una consapevolezza: nessuna divergenza politica può giustificare l’intimidazione e nessuna attività giornalistica dovrebbe essere condizionata dalla paura.
La domanda, dunque, non riguarda soltanto un video o una singola vicenda. Riguarda il clima nel quale si svolge il confronto pubblico e il valore che attribuiamo alla libertà di espressione.
Perché si può contestare un giornalista, si può smentire una notizia, si può denunciare un errore e si può dissentire da una linea editoriale. Tutto questo è legittimo. Ciò che non dovrebbe mai accadere è che il dissenso si trasformi in una minaccia.
La libertà di stampa non chiede immunità dalle critiche. Chiede di poter esercitare il proprio lavoro senza intimidazioni.
E se davvero crediamo nei valori della fede, della dignità e del rispetto, allora dovremmo ricordare che il nome di Dio non può essere un pretesto per alimentare la paura.
Su questo non dovrebbe esserci alcuna appartenenza politica da difendere. Soltanto un principio da salvaguardare: il diritto di parlare, di informare e di replicare, senza paura.



