Il tempo, i soldi e la lettera rubata

Sulla corruzione, sullo Stato di diritto e su chi dovrebbe prevenirla prima che i giudici debbano punirla nelle riflessioni dello scrittore Giovanni Cardona
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Che la corruzione sia diffusa e persistente è un fatto, non un’opinione. Negarlo ci farebbe fare la fine di don Ferrante nei Promessi sposi. Convinto, con ragionamenti da erudito, che il contagio non fosse né sostanza né accidente e quindi non esistesse, non prese precauzione alcuna. La peste lo trovò lo stesso e lo portò via, senza che la sua dialettica gli fosse d’aiuto.

La cronaca siciliana di questi giorni ce lo ricorda. La Procura di Palermo ha chiesto l’arresto di Gaetano Armao, avvocato, professore universitario ed ex vicepresidente della Regione. Secondo l’accusa avrebbe incassato denaro in cambio di favori su pratiche per le autorizzazioni ambientali, e una busta sarebbe finita nascosta dentro un orologio a pendolo. Lo dico con prudenza. Armao è un indagato e ha diritto alla presunzione di innocenza che l’articolo 27 della Costituzione garantisce a tutti. Il processo dirà com’è andata.

Ma l’immagine resta, e ha qualcosa di letterario. Un orologio a pendolo è lo strumento che misura il tempo, il tempo che la pubblica amministrazione dovrebbe rispettare e che una pratica “più rapida e proficua” sembra invece accorciare per alcuni e allungare per altri. E nascondere un oggetto nel posto più in vista dello studio ricorda La lettera rubata di Poe, dove il documento più cercato è quello lasciato in bella mostra. A volte il malaffare non si nasconde. Confida soltanto che nessuno guardi.

Dall’episodio di cronaca vorrei passare a una questione di principio. Che i colpevoli vadano perseguiti e puniti è fuori discussione. Ma il modo in cui lo si fa conta, perché lo Stato di diritto vale soprattutto per i mezzi con cui si reprime. Qui entra Montesquieu, che nello Spirito delle leggi ha dato la formula di ogni democrazia moderna: perché non si abusi del potere, bisogna che il potere arresti il potere. Legislativo, esecutivo e giudiziario devono tenersi in equilibrio, e quell’equilibrio è la sostanza di una democrazia, non un dettaglio tecnico.

Oggi l’equilibrio è sbilanciato. Non c’entrano complotti. Contano le circostanze, e soprattutto l’arretramento della politica, che ha lasciato un vuoto. Come in fisica, quel vuoto è stato riempito, e la magistratura, in particolare la sua componente inquirente, ha assunto un peso egemone. Non lo ha assunto solo verso gli altri poteri, ma anche verso la componente giudicante della magistratura stessa. Chi detiene un potere forte tende per natura a difenderlo e ad ampliarlo. Ne nasce lo straripamento dei poteri, con le procure in contrasto tra loro e con la polizia giudiziaria. Pirandello ne avrebbe fatto una commedia, e Ionesco un atto unico.

Il paradosso è evidente. Si proclama a parole il rispetto della legge e poi, nella prassi, si trovano gli espedienti per conservare i poteri che il legislatore aveva cercato di limitare. È il vecchio gioco del Gattopardo: cambiare tutto perché nulla cambi.

C’è poi un fatto strutturale. La giustizia penale lavora a valle, quando il reato è già stato commesso. Chiedere ai giudici di arginare da soli la corruzione è come chiedere ai pompieri di abolire gli incendi. E quando la politica abdica, il giudice finisce per fare ciò che non gli compete.

Giovenale chiedeva: Quis custodiet ipsos custodes?, chi sorveglierà i sorveglianti? La risposta non può essere “un altro giudice”. Deve essere un sistema di controlli amministrativi efficienti, trasparenti e rapidi, che funzioni prima che qualcuno finisca in un’inchiesta.

Tacito, negli Annales, ha lasciato una frase che dovrebbe essere appesa in ogni ufficio legislativo: corruptissima re publica plurimae leges. Quando lo Stato è più corrotto, le leggi si moltiplicano. Servono meno norme e norme migliori, meno discrezionalità e meno occasioni di tentazione. E tra queste tentazioni c’è l’eccesso di statalismo economico, con i suoi permessi, i suoi pareri e le sue commissioni da cui dipende il destino di un investimento. Più denaro e più autorizzazioni passano da uno sportello, più chi sta allo sportello è esposto al rischio.

Nell’Inferno i barattieri, cioè i corrotti, stanno nella quinta bolgia di Malebolge, immersi nella pece bollente. I diavoli li ricacciano sotto con i loro uncini ogni volta che cercano di riemergere. Dante aveva intuito che il peccato del corrotto è soprattutto quello di chi si nasconde. Lo vediamo oggi: la corruzione ha bisogno di buio, di buste, di sacchetti, di nascondigli. La trasparenza è l’unico antidoto che non richiede un tribunale.

Platone, nella Repubblica, racconta l’anello di Gige, che rende invisibile chi lo porta, e si chiede se un uomo resterebbe giusto sapendo di non poter essere visto. Il corrotto è chi crede di avere quell’anello. La risposta della democrazia è togliere l’anello a tutti: amministrazioni trasparenti, atti pubblici, controlli veri.

Il dipendente pubblico deve fare il proprio dovere non perché il magistrato sta indagando, ma perché i controllori istituzionali funzionano e perché l’onestà fa parte del mestiere. Sciascia ne Il giorno della civetta aveva già detto tutto di una certa Sicilia che si volta dall’altra parte. Le riforme necessarie non richiedono modifiche costituzionali. Chiedono solo che il legislatore e l’esecutivo facciano il loro dovere, con perseveranza.

Solo così l’intervento giudiziario potrà ridursi. Non per decreto, ma perché sarà diventato meno necessario.

Intanto ci consola, si fa per dire, un’amara massima di Pierre-Marc-Gaston de Lévis, dalle Maximes et réflexions del 1808:

«Il mondo è talmente corrotto che si acquista la reputazione di persona perbene limitandosi a non fare del male.»

Due secoli dopo, forse è ancora il traguardo che ci tocca.