La polemica di Gioia Tauro e quella politica che dimentica il merito delle questioni
Ott 07, 2026 - redazione
La reazione del vicesindaco di Gioia Tauro, Parrello, a un recente intervento del direttore di Approdo lascia più di qualche interrogativo. Non tanto per il dissenso — che, in una democrazia, è legittimo e persino necessario — quanto per i toni utilizzati e per il modo in cui una vicenda delicata è stata trasformata in una polemica politica.
Il post pubblicato dal direttore di Approdo era apparso sul suo profilo personale e non chiamava in causa direttamente il Comune di Gioia Tauro. Il riferimento riguardava più genericamente alcune indagini giudiziarie in corso che coinvolgono diversi enti locali.
Nel caso di Gioia Tauro, inoltre, l’iter amministrativo sarebbe ancora in corso, con le valutazioni degli organi competenti attese al termine del lavoro istruttorio. Saranno gli organismi preposti, nelle sedi istituzionali appropriate, a stabilire eventuali responsabilità e conseguenze.
Le responsabilità, quando esistono, devono essere accertate nelle sedi previste dalla legge, nel rispetto delle garanzie dell’accusa e della difesa.
Da qui nasce la contestazione rivolta al vicesindaco, Parrello avrebbe reagito a un contenuto che non indicava esplicitamente il Comune di Gioia Tauro, utilizzando espressioni fortemente critiche nei confronti del giornalista e della sua attività professionale.
Una contrapposizione che rischia di spostare il dibattito dal merito alla persona.
Il giornalismo, piaccia o non piaccia, ha il compito di raccontare fatti, notizie e vicende di interesse pubblico. Può sbagliare — e quando accade esistono gli strumenti giudiziari per contestare una notizia — ma non può essere il consenso politico a stabilire preventivamente chi abbia ragione.
Lo stesso direttore rivendica, nel suo intervento, una lunga attività giornalistica e ricorda le vicende giudiziarie affrontate nel corso degli anni, sostenendo che Approdo abbia ottenuto risultati favorevoli nei procedimenti eventualmente arrivati a giudizio. Anche su questo, naturalmente, sono gli atti e le sentenze a costituire il riferimento oggettivo, non le dichiarazioni delle parti.
Il tema vero, dunque, non è stabilire chi abbia più consenso o chi sappia mobilitare maggiormente l’opinione pubblica.
Il tema è un altro: chi ricopre un ruolo istituzionale dovrebbe scegliere con particolare attenzione il terreno sul quale confrontarsi con la stampa.
Criticare un articolo è legittimo. Contestare una ricostruzione è legittimo. Chiedere rettifiche o rivolgersi alla magistratura, quando se ne ravvisino i presupposti, è altrettanto legittimo.
Ma quando il confronto pubblico scivola nell’attacco personale, il rischio è che il contenuto della discussione finisca inevitabilmente in secondo piano.
Gioia Tauro ha bisogno di un dibattito pubblico concentrato sui problemi della città, sulle decisioni amministrative, sui servizi, sul futuro del territorio e sulle responsabilità istituzionali. È su questi temi che chi amministra dovrebbe essere giudicato dai cittadini.
Le polemiche con i giornalisti, invece, rischiano di diventare un rumore di fondo che non risolve nessuno dei problemi reali.
Il consiglio rivolto a Parrello, quindi, è semplice: meno personalizzazione dello scontro e più confronto sui fatti.
Perché la politica passa, le amministrazioni cambiano, gli articoli restano negli archivi. E alla fine saranno proprio i fatti — e non le invettive — a raccontare la storia di una città.
A Gioia Tauro serve una discussione pubblica all’altezza delle questioni che deve affrontare. Una discussione nella quale politica e informazione possano anche scontrarsi duramente, ma senza perdere di vista una regola fondamentale: il dissenso si combatte con gli argomenti, non con gli attacchi personali.



