DAL CARCERE LE “DOTE” E I RITUALI MAFIOSI: COSÌ, SECONDO L’ACCUSA, LA ’NDRANGHETA DI MELICUCCO E GIOIA TAURO AVREBBERO RINNOVATO LE LORO GERARCHIE. CON FIGURA APICALE CARMELO COSTA. ECCO IL SIMMIT DI RIZZICONI

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DAL CARCERE LE “DOTE” E I RITUALI MAFIOSI: COSÌ, SECONDO L’ACCUSA, LA ’NDRANGHETA DI MELICUCCO E GIOIA TAURO AVREBBERO RINNOVATO LE SUE GERARCHIE. CON FIGURA APICALE CARMELO COSTA. ECCO IL SIMMIT DI RIZZICONI
Nell’ordinanza emerge la figura di Carmelo Costa, indicato dagli inquirenti come riferimento criminale di Melicucco. Al centro dei dialoghi anche investiture, rituali e rapporti tra detenuti.
Il carcere non avrebbe spezzato i legami criminali. Al contrario, secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza, li avrebbe mantenuti vivi, consentendo il consolidamento delle gerarchie e il rinnovo delle cosiddette “doti” mafiose.
È uno degli aspetti più significativi che emergono dalle conversazioni analizzate dagli investigatori, nelle quali compare anche la figura di Carmelo Costa, indicato dagli inquirenti come personaggio di spicco e punto di riferimento criminale per l’area di Melicucco.
Secondo quanto riportato negli atti, Costa avrebbe avuto un ruolo nelle dinamiche della ’ndrangheta della zona e sarebbe stato riconosciuto dagli altri affiliati come una figura dotata di una rilevante caratura criminale, con funzioni direttive e organizzative.
Al centro della ricostruzione ci sono anche i rapporti con alcuni esponenti della criminalità organizzata e le dinamiche interne alla casa circondariale “Panzera” di Reggio Calabria.
Le “doti” anche dietro le sbarre
Nelle conversazioni intercettate, secondo gli investigatori, emergerebbe un linguaggio fortemente codificato, fatto di riferimenti a investiture carcerarie, rituali associativi e conferimenti di “doti”.
Tra i passaggi citati nell’ordinanza vengono richiamati rituali e simbolismi propri della cultura mafiosa, utilizzati — secondo l’ipotesi accusatoria — per formalizzare ruoli e riconoscimenti all’interno dell’organizzazione.
Particolare attenzione viene riservata alla posizione di Angelo Politano, che in quel momento si trovava detenuto. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, proprio durante la detenzione sarebbe stato riconosciuto di una nuova “dote” mafiosa.
E a comunicare la notizia, sempre secondo quanto emerge dagli atti, sarebbe stato coinvolto proprio Carmelo Costa, la cui posizione viene descritta dagli investigatori come quella di un soggetto di vertice.
Il carcere come luogo di continuità
La ricostruzione investigativa mette così in discussione l’idea del carcere come ambiente capace di interrompere automaticamente i rapporti criminali.
Secondo l’accusa, al contrario, le conversazioni documenterebbero un sistema nel quale i rapporti tra affiliati continuavano, le gerarchie venivano rinnovate e le decisioni dell’organizzazione riuscivano a essere trasmesse anche durante la detenzione.
Un meccanismo che, nelle parole degli investigatori, avrebbe consentito alla struttura criminale di mantenere una propria continuità interna.
Carmelo Costa, il “punto di riferimento” di Melicucco
È in questo contesto che assume particolare rilievo la figura di Carmelo Costa.
Negli atti viene indicato come figura di riferimento criminale per Melicucco, con un ruolo ritenuto centrale nelle dinamiche dell’organizzazione.
Gli altri affiliati, secondo la ricostruzione accusatoria, ne avrebbero riconosciuto l’autorità e la posizione gerarchica, descrivendolo come un soggetto di particolare spessore criminale.
La notizia del conferimento della “dote” ad Angelo Politano sarebbe quindi arrivata anche a Costa, proprio in ragione — secondo gli inquirenti — della sua posizione all’interno della struttura criminale.
Un quadro che, se confermato nelle sedi giudiziarie, racconta una ’ndrangheta capace di mantenere gerarchie, rituali e comunicazioni anche dietro le sbarre, con figure territoriali chiamate a garantire la continuità dell’organizzazione.