Ndrangheta a Melicucco, lavori pubblici e presunte pressioni mafiose: le accuse contro l’assessore Gabriele Bruzzese

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Ndrangheta a Melicucco, lavori pubblici e presunte pressioni mafiose: le accuse contro l’assessore Gabriele Bruzzese

Melicucco — È un quadro accusatorio pesante quello che, secondo la contestazione riportata, coinvolgerebbe l’assessore ai Lavori pubblici Gabriele Bruzzese nell’ambito di una vicenda legata ai lavori di rifacimento della SP 5, nel tratto compreso nel territorio comunale di Melicucco.
Le accuse richiamano, tra gli altri, i reati previsti dagli articoli 629 e 416-bis del codice penale, contestati in concorso. Al centro della vicenda ci sarebbe una presunta pressione esercitata nei confronti della ditta Loprete Costruzioni Stradali, appaltatrice dei lavori, affinché eseguisse opere aggiuntive non previste dal progetto originario.
Secondo la ricostruzione contenuta nella contestazione, Dario Varamo si sarebbe recato presso il cantiere ostentando la propria appartenenza alla criminalità organizzata e avrebbe ordinato agli operai di estendere i lavori anche a un’area destinata a parcheggio situata nelle vicinanze della propria abitazione.
L’intervento, sempre secondo l’accusa, non sarebbe stato previsto dal progetto appaltato. La richiesta avrebbe quindi comportato per l’impresa l’esecuzione di lavori aggiuntivi a proprie spese, determinando un presunto danno economico per la ditta e, parallelamente, un’utilità per il privato, attraverso la riqualificazione dell’area adiacente alla propria abitazione.
Il presunto coinvolgimento dell’assessore
La contestazione attribuisce un ruolo anche a Gabriele Bruzzese. Di fronte alla resistenza opposta dal personale dell’impresa, Varamo avrebbe chiesto l’intervento dell’assessore ai Lavori pubblici.
Secondo l’ipotesi accusatoria, Bruzzese avrebbe avallato la richiesta di estensione dei lavori e avrebbe pianificato con Varamo un intervento nei confronti del titolare della ditta, finalizzato a convincerlo ad accettare l’ampliamento delle opere.
In un successivo passaggio, Varamo sarebbe tornato in cantiere sostenendo che la richiesta era stata approvata anche dall’assessore Bruzzese. La contestazione sostiene che tale circostanza sarebbe stata utilizzata per esercitare ulteriore pressione sul personale dell’impresa e ottenere l’esecuzione dei lavori.
L’ombra della ‘ndrangheta
Uno degli elementi più delicati dell’impianto accusatorio riguarda il presunto utilizzo della forza intimidatrice derivante dall’appartenenza alla ‘ndrangheta.
La contestazione sostiene che le minacce sarebbero consistite nell’ostentazione dell’appartenenza a un contesto mafioso e nella prospettazione, anche implicita, di possibili ritorsioni in caso di mancato accoglimento delle richieste: dal danneggiamento di beni aziendali ad altre conseguenze di natura fisica e patrimoniale, fino al rischio di impedire la prosecuzione dei lavori.
Secondo l’accusa, proprio il richiamo alla capacità intimidatoria della criminalità organizzata avrebbe avuto la funzione di costringere l’impresa ad accettare un intervento non previsto nell’appalto.
Un’area da riqualificare a vantaggio del privato
La vicenda ruoterebbe dunque attorno a un’area di parcheggio situata nei pressi dell’abitazione di Varamo. Secondo la ricostruzione accusatoria, l’estensione dei lavori avrebbe prodotto un vantaggio per la zona residenziale, sia sotto il profilo del decoro urbano sia sotto quello della fruibilità del parcheggio, che in precedenza sarebbe stato utilizzabile solo in parte.
Per la ditta appaltatrice, invece, l’esecuzione di opere non contemplate nel progetto avrebbe rappresentato un costo non previsto.
L’eventuale responsabilità penale degli indagati o imputati dovrà essere accertata con sentenza definitiva, nel rispetto del principio di presunzione di innocenza.