Sant’Eufemia d’Aspromonte, caduta del Consiglio comunale, la riflessione dell’ex vicesindaco Foti

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Riceviamo e pubblichiamo una riflessione dell’ex vicesindaco Gemma Foti

Oggi ho letto le parole con cui è stata raccontata la fine del Consiglio Comunale di Sant’Eufemia e, sinceramente, faccio ancora più fatica a comprendere come si possa parlare di “atto di dignità”, di “nuova possibilità” o addirittura di “peggiore giunta della storia” con una leggerezza che, personalmente, trovo sconcertante. Oggi non c’è da festeggiare proprio nulla. Oggi c’è un paese che si ritrova davanti a un commissario perché sette consiglieri hanno deciso, insieme all’ex vicesindaco, di interrompere definitivamente questa esperienza amministrativa. È una scelta che la legge consente, nessuno lo mette in discussione. Ma la legge stabilisce ciò che si può fare; non stabilisce che ciò che si può fare sia necessariamente ciò che è giusto fare per una comunità. E io, da amministratrice e soprattutto da cittadina, penso che questa sia la domanda che dovremmo porci.

Mercoledì Sant’Eufemia celebrava la sua festa patronale. Mercoledì eravamo tutti lì, dentro quella comunità che oggi viene descritta come se fosse stata trascinata per quattro anni nel degrado e nell’abbandono. E allora mi chiedo: davvero la fotografia di Sant’Eufemia è soltanto quella che qualcuno ha deciso di consegnare oggi ai giornali? Davvero quattro anni di amministrazione possono essere cancellati con poche parole e trasformati in una sentenza definitiva? Davvero la soluzione ai problemi di un paese è far saltare il Consiglio Comunale e consegnarlo alla gestione commissariale? Io non la penso così. E non lo dico perché faccio parte di questa amministrazione: lo dico perché conosco la fatica che c’è dietro un Comune, conosco le ore trascorse negli uffici, le telefonate, i problemi che arrivano ogni giorno, le emergenze da affrontare e soprattutto conosco la differenza enorme che passa tra parlare di amministrazione da fuori e provare ad amministrare davvero.

Ci siamo assunti responsabilità quando sarebbe stato molto più semplice non farlo. Abbiamo commesso errori? Certamente. Solo chi non fa nulla può raccontare di non averne mai commessi. Ma una cosa non accetto: che si possa confondere l’errore con la mancanza di amore per il proprio paese o raccontare che dietro il nostro impegno ci siano state soltanto incapacità, poltrone e voglia di restare attaccati alle cariche. Io personalmente, a 24 anni, non ho accettato di diventare vicesindaco il 25 agosto perché avessi bisogno di una poltrona. L’ho fatto quando la situazione era già difficilissima, dopo le dimissioni dell’11 agosto di Carlo Violani, proprio perché qualcuno doveva scegliere di rimanere e di provare a lavorare fino all’ultimo. E oggi, dopo nemmeno un mese, mi ritrovo a vedere quella scelta spazzata via da sette firme.

Quello che mi amareggia non è perdere un incarico. Le cariche finiscono e, prima o poi, finiscono per tutti. Quello che mi amareggia è sapere che avremmo potuto continuare a lavorare ancora, seguire le opere, accompagnare i progetti, affrontare i problemi e lasciare che fossero i cittadini, tra qualche mese, a decidere se avevamo fatto bene oppure male. Invece oggi qualcuno festeggia quella che considera una liberazione e la chiama “nuova possibilità”. Io, invece, vedo una possibilità che viene tolta: quella di completare un percorso e quella di permettere ai cittadini di giudicarlo fino in fondo. E soprattutto vedo il rischio che a pagare non siano le persone che oggi hanno scelto di dimettersi, ma i cittadini che non hanno scelto proprio nulla.

Perché un’opera che aspetta di essere aperta non appartiene a un sindaco. Un finanziamento non appartiene a una maggioranza. Un servizio non appartiene a un assessore. Appartengono a Sant’Eufemia. E se domani qualcosa dovesse rallentare, fermarsi o complicarsi, non sarà una medaglia per chi ha fatto cadere il Consiglio e non sarà una colpa personale per chi oggi lascia l’amministrazione: sarà semplicemente un problema in più per il paese. Ed è questo che mi fa arrabbiare davvero.

Mi fa arrabbiare che dopo quattro anni, invece di discutere di ciò che abbiamo fatto, di ciò che non abbiamo fatto, di ciò che avremmo potuto fare meglio, si sia scelto di chiudere tutto così. Mi fa arrabbiare che si possa parlare di “responsabilità” mentre la conseguenza concreta della scelta è quella di consegnare il Comune a un commissario. Mi fa arrabbiare che si parli di restituire la parola ai cittadini quando, a mio avviso, la parola ai cittadini sarebbe stato più corretto restituirla attraverso il voto, non attraverso una crisi costruita nelle stanze della politica.

E soprattutto mi fa male vedere quanto sia facile, quando si è dall’altra parte, raccontare quattro anni come un fallimento assoluto. Io quei quattro anni li ho vissuti. Li ho vissuti da ragazza che è entrata in Comune senza esperienza, imparando giorno dopo giorno cosa significa amministrare, sbagliando e cercando di rimediare, prendendosi responsabilità che spesso pesavano molto più dei titoli che avevo. Non pretendo che tutti riconoscano il nostro lavoro e non pretendo che tutti ci considerino capaci. Ma almeno una cosa penso di poterla dire: nessuno può permettersi di mettere in dubbio che, nel nostro modo, con i nostri limiti e con i nostri errori, abbiamo provato a fare qualcosa per Sant’Eufemia.

Per questo oggi non mi sento sconfitta. Mi sento profondamente amareggiata. Sconfitta sarebbe smettere di credere nel mio paese. E quello non succederà. Però credo che qualcuno, prima o poi, dovrà spiegare ai cittadini non soltanto perché ha scelto di far cadere un’amministrazione, ma anche perché riteneva che fosse necessario farlo proprio adesso, proprio alla vigilia della conclusione naturale del mandato e proprio quando c’erano ancora opere, progetti e questioni da portare avanti.

Io non so quale sarà il giudizio che i cittadini daranno di questi quattro anni. E non spetta a me stabilirlo. So però quale giudizio darò io di questa giornata: una giornata triste per Sant’Eufemia. Perché si può essere avversari politici, si può pensarla diversamente, si può voler vincere le prossime elezioni. Ma quando per arrivare a quel momento si decide di interrompere il percorso amministrativo di un paese, bisogna essere consapevoli che non si sta facendo un dispetto a chi governa. Si sta prendendo una decisione che riguarda tutti.

E allora no, io oggi non riesco a chiamarla una vittoria. Non riesco a chiamarla una festa. Non riesco a chiamarla una “nuova possibilità”.

Per me oggi è semplicemente una ferita.

E sono profondamente, sinceramente e umanamente rammaricata che a portarla sia Sant’Eufemia.