L’aeroporto di Reggio Calabria ed il fuoco dei “luppinazzi”

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Di Antonino Napoli

Non si parla più dell’aeroporto di Reggio Calabria. Il clamore sul taglio dei voli sembra già evaporato, come un fuoco di paglia. Anzi, visto il periodo, sarebbe più corretto parlare di un fuoco di luppinazzi, quelli che a Taurianova, all’inizio della festa della Madonna della Montagna, si accendono per annunciare l’inizio della novena alla Madonna e poi si consumano rapidamente.
E forse è proprio questo il problema. Che, ancora una volta, passata l’emergenza, si torni al silenzio. Perché viene il sospetto che non ci sia una vera volontà politica di affrontare il problema alla radice.
Trovare i soldi per un restyling è certamente importante, ma è anche la cosa più facile. Un aeroporto, però, non vive solo di facciate nuove. Vive di collegamenti, di passeggeri, di servizi, di organizzazione e soprattutto di una visione.
E non mi convince neppure la giustificazione secondo cui qualche anno fa i reggini chiedevano soltanto un volo per Milano e uno per Roma. Ma che giustificazione è?
I tempi cambiano. All’epoca Alitalia era ormai prossima al fallimento e il sistema aeroportuale italiano era molto diverso. Oggi si parla continuamente di rinascita di Reggio Calabria. Ma una città non può rinascere soltanto nelle dichiarazioni, nei convegni o nei comunicati stampa. La rinascita deve essere visibile anche nei servizi che consentono a quella città di essere collegata al resto del mondo.
Qualche settimana fa tornavo da Londra. Il volo ha fatto ritardo ed è arrivato a Reggio alle 2.30 di notte. Con quel volo è arrivato un signore che veniva a Reggio per la prima volta. Mi ha chiesto come avrebbe potuto raggiungere la Sicilia.
Non c’erano autobus. Non c’erano taxi. Ritengo neppure aliscafi. Ma, soprattutto, non c’erano informazioni.
Ecco, forse il problema dell’aeroporto dello Stretto è racchiuso anche in questa scena.
Perché non basta portare un aereo a Reggio. Bisogna mettere il passeggero nelle condizioni di sapere dove andare quando scende da quell’aereo.
E questo vale anche di giorno. Aeroporto, aliscafi, autobus, taxi, trasporto pubblico locale devono essere un sistema coordinato. Se arrivo a Reggio devo poter sapere come raggiungere Messina, Scilla, la Locride, la Piana, la Costa Viola o qualunque altra destinazione. E se arrivo in Calabria dalla Sicilia deve essere altrettanto semplice fare il percorso inverso.
Da noi, invece, sembra spesso impossibile persino mettere in comunicazione servizi che dovrebbero naturalmente parlarsi tra loro.
E poi c’è un’altra domanda che mi piacerebbe qualcuno ponesse senza accontentarsi delle risposte di circostanza.
Qualche giorno fa un mio amico mi ha detto che stava organizzando un viaggio per visitare i mercatini di Natale a Praga ed ha scoperto che i voli Lamezia-Praga, a quanto pare, si fermano alla fine di settembre.
Colpa dei costi del carburante? Del mercato? Della stagionalità? O c’è dell’altro?
Sarebbe interessante saperlo.
Perché continuare a raccontarci che tutto dipende da fattori esterni è certamente più semplice. Ma amministrare significa anche interrogarsi su ciò che non funziona, capire perché altri aeroporti riescono ad attrarre collegamenti e passeggeri e costruire una strategia per competere.
Altrimenti continueremo ad accendere i nostri luppinazzi, a guardarli bruciare per qualche giorno e poi a tornare, come sempre, al buio.
E un territorio che vuole davvero rinascere non può permettersi di vivere soltanto di fuochi di paglia.