Il caso Longo, la telefonata anonima del 5 novembre 2024: due giorni dopo arriva l’avviso di garanzia. Chi sapeva dell’inchiesta?

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Il caso Longo, la telefonata anonima del 5 novembre 2024: due giorni dopo arriva l’avviso di garanzia. Chi sapeva dell’inchiesta?

Una chiamata alle 11.26, una voce che si presenta come informata di un’inchiesta e poi l’avviso di garanzia notificato il 7 novembre 2024. Coincidenza? Informazione giornalistica? Oppure qualcuno disponeva già di informazioni sul procedimento? Le domande restano aperte.
Ci sono telefonate che durano pochi secondi e che, proprio per la loro brevità, lasciano interrogativi destinati a durare molto più a lungo.
È il caso della telefonata ricevuta da Luigi Longo il 5 novembre 2024, alle ore 11.26
.
Quella mattina Longo si trovava in automobile con la moglie. Il telefono squillò. La prima chiamata proveniva da un numero anonimo e non ricevette risposta. Subito dopo arrivò una seconda chiamata, apparentemente da un numero riservato. Pensando che potesse trattarsi della banca, Longo rispose.
Dall’altra parte, una voce si presentò con poche parole:
«Buongiorno direttore. C’è un’inchiesta che riguarda su di lei… e non ne parla?»
Longo chiese chi fosse.
La risposta fu altrettanto enigmatica: il nome, secondo l’interlocutore, non era importante. Piuttosto, bisognava «controllare gli altri siti»
.
Poi la telefonata terminò.
Due giorni dopo, il 7 novembre 2024
, a Longo venne notificato un avviso di garanzia
emesso in data 5 novembre 2024, lo stesso giorno in cui Longo riceve la telefonata anonima.
È questa coincidenza temporale a rendere la vicenda meritevole di un approfondimento. Non perché la telefonata costituisca, di per sé, la prova di un collegamento con il procedimento giudiziario. Non lo dimostra. Ma perché pone una domanda precisa: come faceva quella persona a sapere dell’esistenza di un’inchiesta?
E soprattutto: chi era?
Una coincidenza o qualcosa da verificare?
La prima regola, davanti a una vicenda di questo tipo, è non confondere il sospetto con la prova.
La magistratura ha il diritto e il dovere di indagare quando ritiene che possano essere stati commessi reati. Chi viene sottoposto a indagine ha, allo stesso tempo, il diritto di difendersi e di vedere garantite tutte le regole del giusto procedimento.
Il punto, dunque, non è contestare in via pregiudiziale l’inchiesta.
Il punto è capire se quella telefonata fosse una semplice coincidenza, un’informazione giornalistica, un avvertimento o qualcosa di diverso.
Perché se si trattasse soltanto di una coincidenza, accertarlo sarebbe nell’interesse di tutti.
Se invece l’interlocutore fosse stato in possesso di informazioni riservate o avesse avuto l’intenzione di condizionare il destinatario, la questione assumerebbe inevitabilmente un peso diverso.
Ed è proprio per questo che servono accertamenti, non processi paralleli.
Perché chiamarlo «direttore»?
C’è poi un altro particolare.
L’interlocutore non si rivolse a Longo chiamandolo «presidente», ma utilizzò il termine «direttore»
.
La circostanza, presa isolatamente, non dimostra nulla. Ma nel contesto della vicenda assume un significato che merita di essere chiarito.
L’avviso di garanzia riguardava infatti una società della quale Longo era presidente.
Perché, allora, utilizzare proprio il termine «direttore»?
Era una semplice imprecisione? L’interlocutore si riferiva invece all’attività giornalistica svolta da Longo? Oppure voleva rimarcare un’altra circostanza?
Sono domande, non conclusioni.
Ma sono domande che acquistano particolare rilievo se collocate dentro le vicende che, nel 2024, hanno interessato il mondo della sanità calabrese.
Le inchieste giornalistiche sull’ASP di Reggio Calabria
Nel 2024 il direttore di Approdo
avviò un’inchiesta giornalistica sull’ASP di Reggio Calabria
, con una diretta insieme all’on. Giovanni Muraca del Partito Democratico
e la presentazione di un’interpellanza al governatore Occhiuto
.
Al centro della vicenda vi erano, secondo quanto denunciato nell’iniziativa giornalistica, i titoli e i requisiti necessari per ricoprire il ruolo di direttore sanitario da parte della dottoressa Renda.
Successivamente arrivarono le dimissioni della dottoressa Renda.
L’inchiesta giornalistica, dunque, secondo la ricostruzione fornita, aveva sollevato una questione che avrebbe avuto successivi sviluppi concreti.
Nello stesso periodo, La Novità Online
, con Pasquale Motta
, avviava un’altra inchiesta giornalistica riguardante il marito della dottoressa Di Furia
, con particolare riferimento alla sua nomina a super consulente dell’ASP reggina per 300 mila euro
, nell’ambito della medicina legale nella provincia di Reggio Calabria.
Va ricordato che nel 2024 Longo era presidente della casa editrice de La Novità Online.
È in questo contesto che, secondo la ricostruzione proposta da Longo, si inserisce quella che viene definita una vera e propria guerra giudiziaria della dottoressa Di Furia contro il Comitato spontaneo per la tutela della salute
, che avrebbe coinvolto
in modo particolare Longo.
Da qui nasce un’altra domanda:
esiste un collegamento tra queste vicende e la telefonata del 5 novembre?
Al momento non è possibile affermarlo.
Ma è proprio questo che dovrebbe essere verificato, qualora esistano elementi concreti per farlo.
C’è poi un ulteriore interrogativo sollevato nella ricostruzione.
La domanda viene posta nel contesto più ampio dei rapporti tra sanità, consulenze e ambienti giudiziari.
Anche qui, tuttavia, è necessario distinguere i fatti dalle ipotesi.
Non basta l’esistenza di rapporti professionali o personali per ipotizzare automaticamente un collegamento con un procedimento giudiziario. Servono elementi concreti.
Proprio per questo, se esistono rapporti, incarichi, consulenze o altre circostanze suscettibili di incidere sulla vicenda, dovrebbero essere verificati nelle sedi competenti.
Va chiarito dalla Procura di Ancona, il ruolo e la funzione dei propri consulenti nei rapporti familiari e di incarichi nella sanità calabrese, al centro dell’inchiesta giornalistica del Direttore di Approdo, Luigi Longo.
La domanda sulla «lobby della sanità»
Nel testo della vicenda compare anche un interrogativo ancora più ampio: esiste una potente lobby della sanità capace di ramificarsi anche attraverso consulenze nelle Procure? Vedi recentemente l’indagine della Procura di Messina (Sicilia) sul Direttore di Approdo per la vicenda del reparto di Ortopedia dell’Ospedale S. Maria degli Ungheresi di Polistena (RC), Calabria.
È una domanda pesante.
E proprio perché è pesante non può essere trasformata in un’accusa senza prove.
Può però essere posta come interrogativo giornalistico e, laddove esistano elementi verificabili, sottoposta alle autorità competenti affinché siano effettuati gli opportuni accertamenti.
La questione centrale non è sostenere che una lobby esista.
La questione è capire se esistano rapporti, interessi, incarichi o collegamenti documentabili
che possano aiutare a spiegare ciò che è accaduto.
Il secondo livello: energia e fonti rinnovabili
C’è infine un altro elemento che non può essere ignorato.
L’imprenditore opera nel settore dell’energia e delle fonti rinnovabili
, un comparto strategico per il Paese, nel quale si intrecciano da anni interessi economici, scelte industriali e indirizzi politici.
Ogni procedimento che coinvolga aziende, investimenti e posti di lavoro deve quindi essere valutato con attenzione, senza confondere il diritto-dovere della magistratura di indagare con una presunzione di colpevolezza.
Il tema, ancora una volta, è quello della trasparenza.
Le istituzioni devono essere credibili anche quando indagano
La questione centrale non è stabilire attraverso un articolo di giornale chi abbia ragione.
La questione è molto più semplice: accertare i fatti.
Chi chiamò Longo il 5 novembre 2024?
Come faceva a sapere dell’inchiesta?
Da dove provenivano quelle informazioni?
Perché utilizzò il termine «direttore»?
Perché quella telefonata arrivò appena due giorni prima della notificazione dell’avviso di garanzia?
E, soprattutto, esiste oppure no un collegamento tra quella telefonata, le vicende giornalistiche sulla sanità calabrese e le successive iniziative giudiziarie?
Sono interrogativi che non possono essere risolti attraverso supposizioni.
Servono verifiche, documenti, riscontri e, se necessario, accertamenti investigativi.
Perché in uno Stato di diritto la trasparenza non tutela soltanto chi viene indagato.
Tutela anche chi indaga.
Dimostrare che ogni decisione viene assunta secondo le regole, senza canali oscuri e senza interferenze esterne, rafforza la credibilità delle istituzioni.
Se quella telefonata era soltanto una coincidenza, sarà possibile dimostrarlo.
Se invece dietro quella chiamata c’era qualcuno che disponeva di informazioni riservate o intendeva condizionare il destinatario, sarà altrettanto importante accertarlo.
La domanda, alla fine, resta quella da cui tutto è partito:
chi ha chiamato, come faceva a sapere certe cose e perché lo ha fatto?
È una domanda alla quale, in uno Stato di diritto, non dovrebbe essere il silenzio a rispondere.
Intanto Longo ha denunciato, tramite il proprio legale L’Avv. Antonino Napoli, la ricezione di
quella
telefonata
anonima l’ha denunciata. Una telefonata inquietante, per il contenuto e
per
ché c’è
il sospetto che non si sia trattato di una semplice bravata.
Ad oggi, però, sulle indagini non è dato sapere nulla. Né potrebbe essere diversamente, considerato che il procedimento è coperto dal segreto istruttorio. Ci si augura, naturalmente, che gli strumenti investigativi di cui dispongono gli uffici giudiziari abbiano consentito di individuare l’autore. Una telefonata anonima, del resto, non dovrebbe essere difficile da trasformare, con le moderne tecnologie investigative, da una voce senza volto in un nome e in un cognome.
Ma mentre le indagini procedono nel silenzio, la vita continua.
Longo continua a fare l’imprenditore e il giornalista. Continua a lavorare, a esporsi, a raccontare fatti e a svolgere il proprio mestiere. Lo fa, però, con
la
preoccupazione
,
che non può essere liquidata con superficialità
,
per l
a propria incolumità e, soprattutto, per la propria famiglia.
Perché chi riceve una telefonata del genere non torna semplicemente alla propria vita quando dall’altra parte cade la linea. La telefonata finisce, l’angoscia no. Rimane il dubbio su chi ci sia dall’altra parte, sulle ragioni di quelle parole e, soprattutto, sulla possibilità che quella voce possa tornare a farsi sentire.
Ed è proprio questo il punto
.
U
na minaccia anonima non deve diventare una pratica ordinaria, né può essere relegata al rumore di fondo della cronaca. Chi minaccia deve sapere che, prima o poi, dietro una voce può essere individuato un volto. E che in uno Stato di diritto l’anonimato non è uno scudo dietro il quale nascondersi impunemente.